martedì 4 settembre 2012

Temporale notturno



Nel buio tutto sembra differente, ombre, rumori, pensieri, tutto sembra voler metterci paura, o forse, sono le nostre paure che riemergono, fanno capolino, nascoste nella luce del sole, come vampiri interiori, e riprendono vita, coraggio e forza,e ci assalgono e noi lottiamo per difendercene, per sfuggirle, non so bene; quel che è sicuro è che al buio tutto si percepisce diversamente.


Mi sveglia la luce del lampo e subito il seguente rombo, imperioso, improvviso e forte, vicino, del tuono. Poi come leggo, nei libri di studio della Prima Guerra Mondiale, il rombo dei cannoni, nel bombardamento che precede l'assalto e inchioda i difensori nelle trincee, con la paura di essere squassati dalle schegge e col terrore atavico che è ereditato da millenni prima dell'uomo moderno; allo stesso modo, arriva il continuo rombo di tuoni, alcuni vicini, se non sopra il mio cielo, altri meno, altri ancora lontani, verso le isole che sono nascoste dalla linea dell'orizzonte, ed ora, anche dallo scuro della notte, ma ben udibili e ben risonanti nel mio animo.

Coi tuoni l'acqua, lo scroscio, talvolta prepotente, come un gigante che gettasse secchi di acqua sulla mia testa, alle volte meno furioso, seppure intenso, fitto, tanto da farmi pensare che se andassi fuori ora, in pochi secondi sarebbe come sotto la doccia, ma fredda.


Mi viene in mente una volta, ero in tenda, sotto alti monti della zona dell'Engadina, le pareti scure del granito del Cengalo e del Pizzo Badile a fare da quinte di quel teatro notturno. Un temporale non tanto denso d'acqua, quanto di rimbombi di tuoni, che scoppiavano sulle cime ed echeggiavano nella valle fra i muri di roccia, inchiodandomi nel sacco a pelo, con paura sì. La tenda protegge dall'acqua, ma non dal rumore, chi ci ha dormito lo sa. Non si può fare l'amore normale nella tenda, oppure ruttare, si deve stare attenti, chi ci sta accanto sente tutto. Così i tuoni, gli scoppi, quella notte, mi inchiodarono, atterrito eppure affascinato, per un paio di ore, nel buio più nero, che non era nelle luci perenni della città, ma fra altre tende, dove altri come me, tremavano, forse, pur irretiti dal fascino della Natura che si manifestava così, unica e potente, come è.


Ora nel comodo letto della città, ripenso a quella notte, sono passati forse trent'anni quasi, eppure lo stesso fascino, quasi attrazione, intensa e selvaggia, sento prendermi e risvegliarsi latente in me per questo periodo.


La ragazzina che mi dorme accanto mi stringe il braccio, è piccola, delicata e tenera, non ha esperienza di questo, la sua pelle non è di quel coccodrillo o lupo che vogliamo, che sono ridotto ad essere io, lei è pulita, ed ancora deve gettarsi nelle onde della Vita. Trema, ad ogni botto salta, sussulta, sento la sua paura, e le carezzo la testa con amore di padre e compiancenza, verso me stesso, che malgrado l'atavico timore che avverto, eredità dei miei antenati delle caverne, ho domato almeno in parte, il cieco afferrarmi di questo sentimento; riesco addirittura a gustarne, pur nel silenzio, come tazza calda di the, nel bagnato della pioggia.


Mi sorprendo quasi ad aspettare con gusto il prossimo rombo, pur vagamente ansioso. Non sei mai sicuro, almeno non io. Ormai ho imparato che io sono solo una parte della Natura e che essa non è un Essere a me estraneo, essa è Lei ed io in Lei, e se si sconvolge, posso esserne parte sconvolta, anche io. Non domino affatto questo Essere, non lo posso, né lo desidero, bensì la rispetto, rispetto questa altra parte di cui io sono parte. Il rombo di ogni tuono mi ricorda che sono un battito d'ali nell'immenso e che questa è il senso di immenso e divino e di tutto che avverto alle volte. Questo mi fa stare bene, malgrado il rumore, malgrado la gatta che ha paura anche essa, se il rombo è troppo vicino, se anche lei risponde all'istinto che la fa fuggire di fronte all'ignoto.

I miei antenati nelle caverne, o in capanne di legno, da cui l'acqua trasudava e passava, non penso stessero così tranquilli, in un letto morbido come il mio, avvertivano umido, bagnato, rumori e paura, ché non sapevano gran che. La loro paura è la mia, si è trasmessa da secoli, nei secoli ed a me è arrivata, seppure sgualcita dal passaggio di mano in mano, di animo in animo, fra tanti che mi separano da quei tempi, ma la avverto chiara, è lei, è proprio lei.


Vivo vicino al mare, ora, e sento le onde rombare, nel buio, quando gli scosci di pioggia lo consentono, e pur non essendo un navigatore, mi immagino in una barca, alla cappa, nel mezzo di questo temporale, o tempesta, non so come dirla. Mi vedo piccolo, nulla, nella furia, o forse nella manifestazione di natura e vita della Terra, la Madre cui noi tutti torniamo, dopo anni di vagare disordinato. Mi immagino e mi viene, ora sì, paura, come sarei là, solo, nel buio, ma non sicuro, non mi ci sentirei. Ringrazio la mia vita di passione per la montagna, che mi ha condotto sempre su terreno fermo, e che se anche sotto temporali, mi ha sempre fatto fermare, mal che vada sotto un albero, in attesa del fulmine catartico, o sotto un bordo di roccia, gocciolante nel mio collo, in attesa del dopo. Ringrazio, anche di queste emozioni notturne, perché ogni emozione è pur sempre vita, sintomo di esistenza e queste emozioni, forti, sconosciute a chi si nutre di civiltà ed attende solo il telegiornale o lo special tv o la discoteca, per me sono quello che mi ridona forza, energia per cercare di riprendere a nuotare, per sfuggire, per uscirne, da questa giostra mortale in cui mi trovo gettato da me stesso e consapevole solo ora.


Il temporale sembra attenuarsi, sembra che i rombi si allontanino, conto i secondi fra le luci dei lampi ed il rumore e capisco che sta andando. Altri ora avranno questo dono, queste emozioni o forse solo il suo fastidio; un temporale per tanti è fastidio, un nemico che ci impedisce di svolgere questo monotono gomitolo di sopravvivenza che chiamiamo vita, fatto di abitudini, frustrazioni e privazioni, ignari di dove sia veramente il flusso del fiume, quello che leva veramente la sete e regala la vita, quella viva.

Non importa, ora mi posso rilassare e lasciare la mano della ragazzina; il suo respiro torna lieve, si è placata la sua paura, forse cullata dal gocciolare dell'acqua della grondaia, o forse sopraffatta dal sonno che in lei è ancora abbastanza profondo, ché pulito e vergine dal progresso. Sento anche la gatta quietarsi e tornare una ciambella nera, calda a tranquilla, come di solito.


La vita torna normale, il film è finito, scorrono titoli di coda.

A me rimane il mazzo dei pensieri, delle emozioni, questo non me lo può togliere nessuno, questo mio, grato lo ripongo, domani con la luce lo stenderò sui fogli.

Ora stanco dormo anche io, stacco la molla del cervello, e mi lascio cullare dalle gocce che odo cadere ritmiche e regolari, e sorridendo dentro, nel cuore, metto il punto finale.



lunedì 27 agosto 2012

Dietro


Ho osservato un cane passeggiare fra le siepi della città, annusare alla ricerca di quel che lui solo sa, fra apparente verde, guarnito di cartacce, rifiuti piccoli abbastanza da sfuggire al ribrezzo comune, ma pur sempre abbastanza grandi da rendere la scena desolante.

Ho ripensato al cane che cercava ed odorava nel verde libero della montagna, dove non c'erano siepi, né barriere, ma soprattutto dove non c'era questa costante presenza di rifiuti, umani, ad inquinare non solo l'ambiente, ma la vita, tutto, la vita tutta.

Ho avuto un conato di rifiuto, uno sconvolgimento interiore.


Ho vissuto una serata dove tutto era perfetto: candele nei vetri, per ripararle dal vento, sedie comode ed accoglienti, camerieri gentili e umilmente servili ed efficienti, atmosfera bella, musica di sottofondo, un po' eccessiva, ma costante, per farmi dimenticare e cancellare, per due ore, il desolante quadro da cui ero momentaneamente uscito e che mi aspettava di là dal cancello della villa, di fuori.


Ho ascoltato (presente ed all'apparenza partecipe, eppure spettatore esterno) un discorrere denso e fitto, di tante cose, di argomenti i più variegati, eppure, mai sfiorante, neppure per errore, le ragioni, presunte o vere, del comune stare a disagio, del comune avere difficoltà con l'esistenza quotidiana, del comune lottare quasi, per sopravvivere. Parlare fatto quasi per riempire spazi, teste, animi, e non lasciare alcuno spazio, non permettere al vero disagio, al vero insieme dei problemi di emergere, per esigere di essere affrontati, magari imponendo scelte, decisioni, che si ha terrore di prendere, ma anche di pensare di dover affrontare.

Piacevole all'apparenza, eppure, disperato cercare di “divertire” ognuno se stesso, per poter sopravvivere... in realtà per poter affrontare il rientro in cella, dopo lo spazio di aria individuale....



All'improvviso mi sono accorto...

Mi sono reso conto di percepire, dietro alcuni modi di fare, di essere, dietro certi luoghi addirittura, dietro certe frasi, parole, atteggiamenti, oppure anche avvenimenti, ovvero altri tipi di esternazioni, di percepire dicevo, quello che c'è realmente, dietro la facciata, l'apparenza che è sotto gli occhi di chi osserva solo l'esterno.

Non dico di essere illuminato, né che la mia percezione sia l'unica verità assoluta. Tutt'altro!

Ritengo che la verità assoluta sia solo una chimera inventata, e che ognuno abbia la sua.

Ma io questa oggi sento di avere e con questa sto facendo i conti.

Questo mio percepire il dietro, mi getta in faccia, con violenza, con una certa durezza e brutalità, il vuoto o la pochezza o anche l'aridità.

Non è affatto piacevole.

E' un vedere e vivere immagini o scene di un film che non mi fa affatto sentire, né stare bene.

Ma ci devo fare i conti, ogni giorno di più, in un crescendo che avverto, graduale ed inesorabile, mio malgrado.

Forse è follia, forse il mio personale avvizzimento, forse il frutto dell'età.... non lo so...


Ma questo vivo ora.


giovedì 9 agosto 2012

Questa compagna che mi sono trovata accanto...


Non credo di averla cercata, almeno, non ricordo... No! Credo di essermela trovata accanto fin da quando ero adolescente.

L'ho trovata, mi era normale averla accanto e con lei parlare, ed avere quella confidenza che si ha con una sorella, o una parte di se stessi.
Non è stata mai invadente, mai eccessivamente si è presa spazio o me ne ha tolto. E' sempre stata discreta, in attesa di avere il suo di spazio, il suo di turno.
E quando è stato, o..è possibile, esce fuori, viene a trovarmi, mi fa compagnia.
E parliamo, dialoghiamo oppure mi ascolta, in silenzio, attenta e partecipe del mio parlare, del mio svuotarmi l'animo, del mio raccontarle quel che è accaduto dall'ultima volta.
Mai mi interrompe, mai mi dà consigli non richiesti. Anzi, a dire il vero, non me ne dà mai, di consigli e di pareri, è sempre là, in silenzio, sorridente in modo discreto, forse anche un po' umile, ma anche affettuoso.

Mi è compagna e sorella, amica e parte di me stessa, e ci si conosce come le proprie tasche, come se si fosse vissuti insieme da un'eternità e mai ci si è stancati l'un dell'altra.

Quando ascolto la musica, allora si lascia cullare, si abbandona alla melodia e forse mi è musa ispiratrice, così come quando leggo, specie qualcosa che mi coinvolge. Allora lei, è là, con quei suoi occhi da cerbiatto, innocenti, eppure consapevoli e presenti e maturi; un po' ingenua eppure animo vissuto, mi lascia il suo sentire, mi dona quei pensieri lievi e silenziosi che ben conosco da una vita intera.
Quando mi raccolgo con me stesso si raccoglie anch'ella, in silenzio, direi quasi in clausura, e non si vede, non fa rumore, non disturba, non altera quell'atmosfera che sa essermi essenziale, direi vitale. Eppure è là. Lo so. La sento, sono perfettamente cosciente che lei è là!

E' una vita che conviviamo, che condividiamo ogni istante, seppure ognuno a suo modo, seppure lasciando l'uno all'altra la libertà di essere ciò che è, o ciò che crede di essere... lasciando all'altro, la libertà di imparare in questa lunga strada che non si sa bene e con certezza dove porta e a cosa serva, anche se qualche sentore io ce l'ho.
E' una vita che ci si conosce e ci si rispetta e ci si vuol bene e so che mai ci si lascerà, che per sempre calcheremo i nostri rispettivi passi, ognuno a sua maniera e con la sua velocità, e sempre col massimo rispetto reciproco, eppure insieme!

Chi sa perché sei venuta proprio da me, perché hai scelto me fra milioni; oppure, forse non sono l'unico, forse anzi, sono proprio uno dei tanti, eppure mi hai fatto dono del tuo esserci.
Chi sa. Non c'è risposta a questa domanda senza senso e senza motivo.

Ma posso dire che con te sto bene; sono sato bene e credo che così starò, ormai siamo una coppia, noi, ben salda e ben sperimentata.

Tu, la malinconia, delicata e tenue che vola lieve e silenziosa nella mia vita, ed io, cavaliere del nulla, leone o lupo che dir si voglia, che corre nelle sconfinate praterie del sogno e della fantasia.
Siamo una coppia inossidabile, come si dice, e ...allora, balliamo, buttiamoci nelle danze e facciamo ancora un giro!


sabato 4 agosto 2012

Inverni Lontani di M. Rigoni Stern






Quando presi questo libretto, lo acquistai sotto la spinta della fiducia che l'autore aveva conquistato nel mio cuore per altri scritti famosi e non, e che non so spiegare bene.

Non si tratta della bravura come scrittore, che in superficie si potrebbe individuare come responsabile di questo legame particolare con “il sergente Mario”, bensì di qualcosa di altro e che sta nascosto nei recessi della mia anima e che a ben pensarci non ha spiegazione razionale.
Credo sia qualcosa di strano e che mi lega a lui come a mio padre, forse in lui ho rivisto il mio papà, la guerra fatta non da eroe, ma da uomo, che subisce decisioni di cui non sa bene la ragione, ma che assolve ad un dovere, che così gli si è insegnato; la tranquillità dell'uomo dopo, la pacatezza della maturità, non so... oggi anche un legame verso la terra natia e verso le piccole abitudini ed usanze, di cui Rigoni non ha scritto molto, ma che stanno là, ben chiare, nei suoi scritti, specie quelli in cui descrive i luoghi della sua vita.
Quando acquistai questo libretto (così mi sento di poterlo chiamare, visto che sono “solo” 44 pagine), non ho fatto altro che seguire l'istinto, quell'istinto che non mi ha mai tradito, ad oggi, in 56 anni, nel prendere un libro e decidere di farlo oggetto della mia attenzione.
Lo avevo anche già letto, ma allora era stato un po' per incamerarne un ennesimo, da mettere come tacca, nel mio carniere, arrogante uomo che sono!
Quando ieri l'ho preso dallo scaffale, e deciso di tornare a leggere, anche allora, ho seguito il mio istinto, e questo istinto qualcosa mi voleva far avere e notare: forse adesso ho un po' più di maturità e mi si è data una opportunità ulteriore..

Ho sfogliato le poche pagine, stavolta con attenzione.
La voce del mio amico me le ha descritte, non lette, le ha raccontate, con calma, con la pacatezza che apparteneva a lui, e che ha donato a me, che finalmente, attento e intelligentemente umile, nell'apprendere da altro Essere Umano, gli ho riservato.

Si sono alternate descrizioni brevi come schizzi impressionisti, vedendo inverni lontani anni, nella gioventù dell'uomo allora ragazzo, quando poche e semplici cose rendevano degna una vita assai essenziale; si sono scorsi inverni di fiamme della guerra gelida e crudele nelle piane del Don, come inverni più vicini a noi, sempre nell'Altopiano, dove l'Uomo Mario, ritrovava e coltivava nel silenzio e nella sua tranquilla anzianità, usi che aveva appreso da ragazzo e che si era conservato nella sua vita traversando mari agitati e tempeste che non tutti avrebbero saputo affrontare.
Quest'uomo sopravvissuto a migliaia di km sotto il fuoco dell'avversario, eppure non mostra mai un briciolo di risentimento verso quello che altri definivano “nemico” e che lo avrebbe ucciso, visto che “nemico” e per di più “invasore” era stato anche lui; quest'uomo vede e descrive sempre l'umanità, di gesti, abitudini, riti, atmosfere anche di quotidiana normalità e le fa quasi desiderare a me che le osservo dall'esterno delle sue righe, eppure spettatore non estraneo.
Quest'uomo risveglia ricordi ancestrali in me che ascolto le sue parole. E descrive e fa nascere il desiderio di reimparare tanto, di vivere per apprendere di nuovo, o forse farlo veramente, per la prima volta.
Mi colpisce questo suo descrivere con tranquillità il lavoro: “..è bello lavorare non per accumulare denaro sul conto corrente, ma scorte di legna secca, farina, patate, verdura in composta...., i prodotti che la natura ci dona dalle semine di primavera alle raccolte dell'autunno” e capisco quanto questo Uomo che è noto perché è stato il “Sergente nella neve” sia un Uomo di valore anche e soprattutto per molto altro, nascosto, ma non tanto; questo altro che è alla luce del sole, e che la Vita mi ha donato, in un caldo pomeriggio estivo dell'agosto 2012. 

Ed alla Vita sono ancora una volta grato.




martedì 24 luglio 2012

Grigio in alto




Oggi per i bollettini e per la moltitudine vociante della massa di esperti meteo, è brutto tempo, per questa zona del mio Paese è brutto tempo!
E dato che è brutto tempo, indirettamente, è anche un po' un problema: non lo dice chiaro nessuno, ma è un po' così...

Oggi per me è un giorno bello!
Non particolare, non unico per un motivo speciale, ma è bello, e proprio perché al mio affacciarmi alla finestra, ho scorto nubi grigie, una luce strana, diversa da quella che in questo periodo sono solito scorgere, senza nuvole, lucente e brillante, il bel tempo che specie al mare è molto particolare, ma anche molto normale...
Gioca senz'altro il fatto che io sono anomale, diverso, forse un po' troppo diverso ed anche da scostare... non so, ma non importa, non ora. A me il tempo così suscita emozioni strane, diverse e molto intense, come se risuonasse, in me, qualcosa di antico, che viene da secoli o vite passate, non so bene. Eppure quando è così, che sia al mare, o in montagna, sento bene, sento qualcosa dentro, che si distende, che è come se rilassasse tutto il mio essere.
Eppure sto bene al sole, specie quello caldo, ma secco, intenso ma freddo, che godo fra le montagne.
Ricordo ancora le volte che me lo sono goduto, facendolo entrare nelle ossa, nella mente, in tutto me stesso, quando ero sotto pareti grigie e imponenti, dritte eppure dolci allo sguardo, quelle pareti che alle volte ho salito ed altre ho fuggito, intimorito dal loro essere così, intense, potentemente profonde, di qualcosa che avvertivo e mai ho saputo e voluto spiegare e che non era banale paura di farmi male, cadere e morire, ma era altro, forse rispetto, forse timore reverenziale, non so...
Allora il sole, il suo calore, il suo abbraccio, me lo sono goduto.
Come altrettanto al mare, scorrendo la striscia di bagnasciuga, quando le mie orme rimanevano dove la sabbia è bagnata e poi lisciata dall'onda che segue. Quando al silenzio del mattino, si sostituisce il frusciare della risacca, o lo strillo dei bianchi pennuti di mare. Ma nessun umano.
Allora i raggi che salgono, che radono l'acqua, che carezzano le creste della marea, allora il sole, è mio amico, lo amo, lo saluto, lo desidero.

Epperò, oggi che è nascosto, che dorme seduto o steso, non so, fra le grigie filacce del cielo, oggi che ancora riposa delle fatiche dell'estate, oggi che il grigio non è nel cielo, ma intorno a me, eppure fascinoso, e intrigante, oggi che ancora sento odore di terra bagnata, oggi che lui sia là, a me fa piacere.
Quando piove e le gocce cadono lente, oppure il loro rumore fa eco particolare; quando sembra quasi che l'autunno si affaccia, anche se siamo prima del ferragosto, allora io sento una gioia intensa e viva che non so spiegare anche se non interessa, ma soprattutto che non so descrivere, eppure anche la vivo, eccome.
Ma anche se le gocce sono solo là, in cielo, forse nei serbatoi di dio, oppure laggiù, sul mare, che lavano il male delle isole lontane che interrompono il piatto dell'orizzonte; anche così, io sento gioia, immotivata se vogliamo, se stiamo ai canoni, se ragioniamo con la tradizione: eppure io sento gioia, e la vivo, e la godo tutta. Dentro!

Ed allora mi affaccio, rubo questi ultimi attimi prima che la civiltà invada con i suoi rumori, con la sua furia di normalità, la pace. Rubo momenti in cui veramente avverto Dio nella vita, e lo avverto non perché divino, ma perché la Vita lo mostra e lo offre e lo manifesta, nel suo essere Vita, essere Natura, essere Terra Madre, non so dire, ma lo so.
Lo sguardo non indugia in niente, il pensiero non si fissa né si concentra, ma corre, o forse non si muove neppure, e questo, per attimi, per istanti infinitesimi, è qualcosa di talmente alto, profondo e unico, che ringrazio, non so bene chi, ma anche questo non importa, è sono felice.
Dentro!


lunedì 23 luglio 2012

Marrone scuro




Ci siamo incrociati ieri.
Lui sulla mia strada, quella che avevo deciso, fuori dalla normalità, fra aghi di pino e i tronchi così alti e silenziosi, ed io a turbare la sua tranquilla vita, posata nella terra appena smossa, eppure così densa di qualcosa che neppure so dire cosa.
Ed è stato amore a prima vista, innamoramento di quelli che ti afferrano alle viscere e che ti fanno fare cose pazze. Non c'è ragione, non esiste un motivo logico, e segui il cuore, evviva farlo, alle volte siamo ancora animali vivi, e non cadaveri programmati che marciano verso la fine!
L'ho afferrato e sono tornato a casa, avevo trovato lui, e ne ero così felice, così immotivatamente entusiasta che sono corso a casa a metterlo là, sul tavolo, pronto ad essere, ripulito, forse “valorizzato” dall'umano, forse modellato da questo animale che sconvolge quello che incontra, oppure …. pronto al dialogo, a parlare, a fare quello che finalmente te le dice chiare le cose, perché l'altro ha deciso di aprire le orecchie. Finalmente!
Non c'era motivo che prendessi dalla terra appena smossa dai lavori finiti da qualche giorno, quel pezzo di legno, radice? Forse, non so, tronco? Non so... ma legno, denso, vivo, vero, quello che cercavo.
Ma che cercavo poi?
Anni che cerco, una radice di quelle come aveva mio zio, e che l'aveva trovata alle porte di Roma, mentre scavava per mettere i pali del telefono, e l'aveva presa con sé, pulita, lucidata, messa là a farsi bella, a farsi ammirare da chiunque veniva a casa sua, di mio zio. E l'avevo ammirata, avevo ammirato lui che aveva visto in lei quello che mostrava, e lei così bella, così vera, così... unica.
Anni fa. Una vita, anni luce, eppure... sono anni che ne cerco una come lei. E ieri credevo di averla trovata.
Scrive un filosofo indiano che leggo, che l'invidia, in mille forme, è quello che ci spinge a farne tanti, di guai. E l'invidia verso la radice di mio zio, mi ha portato a cercare, a cercare anche la mia... perché io volevo la mia... piccolo misero umano, che vuoi sempre possedere, arrogante che credi di rubare alla Natura e fare tua una cosa che invece non è di nessuno, ed è di ognuno!
Ma alle volte la miseria ci porta qualcosa, se alle volte apriamo le orecchie. E forse io sto imparando a farlo, o forse per caso lo faccio qualche volta... non so... ma stamane ho sentito. Stamane volevo farla bella, quella che non era una radice, ma forse un pezzo di ramo, o forse un ramo che stava diventando una radice... che ne so...?
Lo avevo ripulito già ieri sera, pulito della terra, dello sporco e anche in parte della resina che copriva la sua bellezza. Lo avevo portato alla luce, quel diamante che era nascosto sotto ed avevo iniziato a capire che era diversa la cosa. Forse con lui avevo pulito parte della mia arroganza ed avevo aperto le orecchie, forse anche il cuore, chi può dirlo.
Ma stamane, nel silenzio del primo mattino, ci siamo seduti in terrazza, lui ed io, io con pezzetti di carta abrasiva, ma fine, delicata, come quella delle limette delle unghie, fatta per arrotondare, per lucidare e non per grattare, e lui, paziente, saggio, lui pieno di quel che mi aveva da dire, venuto qui, da me, da mille secoli lontano, forse da galassie o forse solo da un boschetto distante 500 m e farmi capire che se solo ascoltassi, le cose starebbero già là.
Ci siamo seduti tranquilli: la domenica era iniziata nel solo del mattino, ma nell'aria fresca, che preannuncia un cambio di temperatura, come dice la sibilla, pardon, la TV, che fa lo stesso!
Abbiamo parlato, io mentre pulivo tutto: lo ripulivo, lo aiutavo a tornare bello, com'era da giovane, com'era quando rimorchiava ed era assai ambito dal codazzo che lo seguiva; e lui paziente, tranquillo e saggio, sì, era saggio, lo sentivo dalle risposte che suggeriva, che lasciava arrivare, senza arroganza, senza saccenza, come se le avessi già scritte dentro me, come se non le stesse facendo capire lui saggio, a me che ero testone, ma come se anche io potessi arrivarci da solo.
Abbiamo parlato di molte cose, ma soprattutto di me, del mio tempo passato, di quelli che erano errori, o presunti tali, delle mie colpe e della croce che mi porto dietro. Abbiamo parlato del cambiare di come cambiare non significa diventare altri, ma come possa voler dire diventare migliori, più belli, pur rimanendo se stessi. Come cambiare e smussare non significa essere modellati, ma far vedere quel che realmente si nasconde in noi. Come ripulire l'anima e il corpo, o l'apparenza e il nascosto, sia solo un gesto, e un atto che simbolizza, ma come sotto, noi siamo noi, e come il profumo, di noi stessi, della resina che scorre in noi e che appare magica, quando la tocchi, quel profumo, esca nella sua pienezza e riempia narici e cuore, e ci renda belli, ma non alla vista, a qualcos'altro.
Siamo stati vecchi amici davanti ad un bicchiere di vino, ci siamo guardati negli occhi, confidati paure e fantasmi, ma ci siamo stretti la mano, dati un contatto che tante volte non hai in anni di vita sotto lo stesso tetto.
Il tempo è volato.
Le parole sono state tante, e con noi all'improvviso, mi sono accorto, erano in tanti, al bar, commensali e altri che sedevano al bancone ed alle volte annuivano con la testa, altre volte ascoltavano, o anche che parlavano fra loro.
Ed io ero fra loro, uno di loro, non ero più umano, non ero come animale, ma come parte di quello che era uno, un solo uno e che in silenzio, per chi passava, era solo una quadretto, forse romantico, ma solo quello. Invece noi ci siamo scambiati vita, e quando sono uscito dal locale, loro le altre, quelle verdi, quelle late e quelle basse, quelle un po' secche e quelle appena spuntate, mi hanno salutato, ci si vede stasera, all'ora di cena; lui, il mio amico, mi ha sorriso, e mi ha lanciato con lo sguardo, una domanda che era anche una idea su cui tornare, forse stanotte, quando sarò solo sul serio: ascolta e lascia perdere il resto!
Ho un amico, siamo vecchi amici ora, non so dove andrà, se deciderà di stare con me per un po', di fermarsi a casa mia, o se deciderà di andare altrove, ma sicuramente, questi bicchieri di vino e questo nostro parlare ed ascoltare, nel cuore lasciano qualcosa, una scia, un gesto, non so bene, ma ne sono sicuro, lo so.

Ora che scrivo, mi volto, e lui , sorride, dal tavolino, silenzioso, sornione, ed alzando il bicchiere di vino, il suo, brinda, alla nostra salute!


sabato 14 luglio 2012

....vivere in questo mondo con libertà





La mente cosciente è quella impegnata con gli eventi della vita di tutti i giorni; è la mente che impara, che rettifica, che acquisisce una tecnica, scientifica, medica o burocratica che sia. È la mente cosciente dell’uomo d’affari che diventa schiavo del suo lavoro. La maggior parte della gente è impegnata dalla nove alle cinque, quasi tutti i giorni della vita, per guadagnarsi da vivere; e quando la mente passa così tanto tempo della vita per acquisire e praticare una tecnica, che si tratti di un meccanico, di un chirurgo, di un ingegnere, di un uomo d’affari o di quello che volete, naturalmente diventa schiava di quella tecnica; mi pare ovvio. Così come la casalinga diventa schiava della casa, del marito, di cucinare per i figli, l’uomo è schiavo del suo lavoro; ed entrambi sono schiavi della tradizione, delle abitudini, della conoscenza e delle conclusioni, delle credenze, del condizionamento al proprio modo di pensare. E noi accettiamo questa schiavitù come inevitabile, non indaghiamo mai per scoprire se possiamo vivere senza essere schiavi. Avendo accettato come inevitabile di doverci guadagnare da vivere, abbiamo anche accettato come inevitabile la schiavitù della mente con le sue paure e così portiamo avanti questa esistenza quotidiana. Dobbiamo vivere in questo mondo; questa è la sola cosa inevitabile della nostra vita. La domanda è, certamente, se non sia possibile vivere in questo mondo con libertà.

J. Krishnamurti, - The Collected Works vol XI, pp 253-254