martedì 24 luglio 2012

Grigio in alto




Oggi per i bollettini e per la moltitudine vociante della massa di esperti meteo, è brutto tempo, per questa zona del mio Paese è brutto tempo!
E dato che è brutto tempo, indirettamente, è anche un po' un problema: non lo dice chiaro nessuno, ma è un po' così...

Oggi per me è un giorno bello!
Non particolare, non unico per un motivo speciale, ma è bello, e proprio perché al mio affacciarmi alla finestra, ho scorto nubi grigie, una luce strana, diversa da quella che in questo periodo sono solito scorgere, senza nuvole, lucente e brillante, il bel tempo che specie al mare è molto particolare, ma anche molto normale...
Gioca senz'altro il fatto che io sono anomale, diverso, forse un po' troppo diverso ed anche da scostare... non so, ma non importa, non ora. A me il tempo così suscita emozioni strane, diverse e molto intense, come se risuonasse, in me, qualcosa di antico, che viene da secoli o vite passate, non so bene. Eppure quando è così, che sia al mare, o in montagna, sento bene, sento qualcosa dentro, che si distende, che è come se rilassasse tutto il mio essere.
Eppure sto bene al sole, specie quello caldo, ma secco, intenso ma freddo, che godo fra le montagne.
Ricordo ancora le volte che me lo sono goduto, facendolo entrare nelle ossa, nella mente, in tutto me stesso, quando ero sotto pareti grigie e imponenti, dritte eppure dolci allo sguardo, quelle pareti che alle volte ho salito ed altre ho fuggito, intimorito dal loro essere così, intense, potentemente profonde, di qualcosa che avvertivo e mai ho saputo e voluto spiegare e che non era banale paura di farmi male, cadere e morire, ma era altro, forse rispetto, forse timore reverenziale, non so...
Allora il sole, il suo calore, il suo abbraccio, me lo sono goduto.
Come altrettanto al mare, scorrendo la striscia di bagnasciuga, quando le mie orme rimanevano dove la sabbia è bagnata e poi lisciata dall'onda che segue. Quando al silenzio del mattino, si sostituisce il frusciare della risacca, o lo strillo dei bianchi pennuti di mare. Ma nessun umano.
Allora i raggi che salgono, che radono l'acqua, che carezzano le creste della marea, allora il sole, è mio amico, lo amo, lo saluto, lo desidero.

Epperò, oggi che è nascosto, che dorme seduto o steso, non so, fra le grigie filacce del cielo, oggi che ancora riposa delle fatiche dell'estate, oggi che il grigio non è nel cielo, ma intorno a me, eppure fascinoso, e intrigante, oggi che ancora sento odore di terra bagnata, oggi che lui sia là, a me fa piacere.
Quando piove e le gocce cadono lente, oppure il loro rumore fa eco particolare; quando sembra quasi che l'autunno si affaccia, anche se siamo prima del ferragosto, allora io sento una gioia intensa e viva che non so spiegare anche se non interessa, ma soprattutto che non so descrivere, eppure anche la vivo, eccome.
Ma anche se le gocce sono solo là, in cielo, forse nei serbatoi di dio, oppure laggiù, sul mare, che lavano il male delle isole lontane che interrompono il piatto dell'orizzonte; anche così, io sento gioia, immotivata se vogliamo, se stiamo ai canoni, se ragioniamo con la tradizione: eppure io sento gioia, e la vivo, e la godo tutta. Dentro!

Ed allora mi affaccio, rubo questi ultimi attimi prima che la civiltà invada con i suoi rumori, con la sua furia di normalità, la pace. Rubo momenti in cui veramente avverto Dio nella vita, e lo avverto non perché divino, ma perché la Vita lo mostra e lo offre e lo manifesta, nel suo essere Vita, essere Natura, essere Terra Madre, non so dire, ma lo so.
Lo sguardo non indugia in niente, il pensiero non si fissa né si concentra, ma corre, o forse non si muove neppure, e questo, per attimi, per istanti infinitesimi, è qualcosa di talmente alto, profondo e unico, che ringrazio, non so bene chi, ma anche questo non importa, è sono felice.
Dentro!


lunedì 23 luglio 2012

Marrone scuro




Ci siamo incrociati ieri.
Lui sulla mia strada, quella che avevo deciso, fuori dalla normalità, fra aghi di pino e i tronchi così alti e silenziosi, ed io a turbare la sua tranquilla vita, posata nella terra appena smossa, eppure così densa di qualcosa che neppure so dire cosa.
Ed è stato amore a prima vista, innamoramento di quelli che ti afferrano alle viscere e che ti fanno fare cose pazze. Non c'è ragione, non esiste un motivo logico, e segui il cuore, evviva farlo, alle volte siamo ancora animali vivi, e non cadaveri programmati che marciano verso la fine!
L'ho afferrato e sono tornato a casa, avevo trovato lui, e ne ero così felice, così immotivatamente entusiasta che sono corso a casa a metterlo là, sul tavolo, pronto ad essere, ripulito, forse “valorizzato” dall'umano, forse modellato da questo animale che sconvolge quello che incontra, oppure …. pronto al dialogo, a parlare, a fare quello che finalmente te le dice chiare le cose, perché l'altro ha deciso di aprire le orecchie. Finalmente!
Non c'era motivo che prendessi dalla terra appena smossa dai lavori finiti da qualche giorno, quel pezzo di legno, radice? Forse, non so, tronco? Non so... ma legno, denso, vivo, vero, quello che cercavo.
Ma che cercavo poi?
Anni che cerco, una radice di quelle come aveva mio zio, e che l'aveva trovata alle porte di Roma, mentre scavava per mettere i pali del telefono, e l'aveva presa con sé, pulita, lucidata, messa là a farsi bella, a farsi ammirare da chiunque veniva a casa sua, di mio zio. E l'avevo ammirata, avevo ammirato lui che aveva visto in lei quello che mostrava, e lei così bella, così vera, così... unica.
Anni fa. Una vita, anni luce, eppure... sono anni che ne cerco una come lei. E ieri credevo di averla trovata.
Scrive un filosofo indiano che leggo, che l'invidia, in mille forme, è quello che ci spinge a farne tanti, di guai. E l'invidia verso la radice di mio zio, mi ha portato a cercare, a cercare anche la mia... perché io volevo la mia... piccolo misero umano, che vuoi sempre possedere, arrogante che credi di rubare alla Natura e fare tua una cosa che invece non è di nessuno, ed è di ognuno!
Ma alle volte la miseria ci porta qualcosa, se alle volte apriamo le orecchie. E forse io sto imparando a farlo, o forse per caso lo faccio qualche volta... non so... ma stamane ho sentito. Stamane volevo farla bella, quella che non era una radice, ma forse un pezzo di ramo, o forse un ramo che stava diventando una radice... che ne so...?
Lo avevo ripulito già ieri sera, pulito della terra, dello sporco e anche in parte della resina che copriva la sua bellezza. Lo avevo portato alla luce, quel diamante che era nascosto sotto ed avevo iniziato a capire che era diversa la cosa. Forse con lui avevo pulito parte della mia arroganza ed avevo aperto le orecchie, forse anche il cuore, chi può dirlo.
Ma stamane, nel silenzio del primo mattino, ci siamo seduti in terrazza, lui ed io, io con pezzetti di carta abrasiva, ma fine, delicata, come quella delle limette delle unghie, fatta per arrotondare, per lucidare e non per grattare, e lui, paziente, saggio, lui pieno di quel che mi aveva da dire, venuto qui, da me, da mille secoli lontano, forse da galassie o forse solo da un boschetto distante 500 m e farmi capire che se solo ascoltassi, le cose starebbero già là.
Ci siamo seduti tranquilli: la domenica era iniziata nel solo del mattino, ma nell'aria fresca, che preannuncia un cambio di temperatura, come dice la sibilla, pardon, la TV, che fa lo stesso!
Abbiamo parlato, io mentre pulivo tutto: lo ripulivo, lo aiutavo a tornare bello, com'era da giovane, com'era quando rimorchiava ed era assai ambito dal codazzo che lo seguiva; e lui paziente, tranquillo e saggio, sì, era saggio, lo sentivo dalle risposte che suggeriva, che lasciava arrivare, senza arroganza, senza saccenza, come se le avessi già scritte dentro me, come se non le stesse facendo capire lui saggio, a me che ero testone, ma come se anche io potessi arrivarci da solo.
Abbiamo parlato di molte cose, ma soprattutto di me, del mio tempo passato, di quelli che erano errori, o presunti tali, delle mie colpe e della croce che mi porto dietro. Abbiamo parlato del cambiare di come cambiare non significa diventare altri, ma come possa voler dire diventare migliori, più belli, pur rimanendo se stessi. Come cambiare e smussare non significa essere modellati, ma far vedere quel che realmente si nasconde in noi. Come ripulire l'anima e il corpo, o l'apparenza e il nascosto, sia solo un gesto, e un atto che simbolizza, ma come sotto, noi siamo noi, e come il profumo, di noi stessi, della resina che scorre in noi e che appare magica, quando la tocchi, quel profumo, esca nella sua pienezza e riempia narici e cuore, e ci renda belli, ma non alla vista, a qualcos'altro.
Siamo stati vecchi amici davanti ad un bicchiere di vino, ci siamo guardati negli occhi, confidati paure e fantasmi, ma ci siamo stretti la mano, dati un contatto che tante volte non hai in anni di vita sotto lo stesso tetto.
Il tempo è volato.
Le parole sono state tante, e con noi all'improvviso, mi sono accorto, erano in tanti, al bar, commensali e altri che sedevano al bancone ed alle volte annuivano con la testa, altre volte ascoltavano, o anche che parlavano fra loro.
Ed io ero fra loro, uno di loro, non ero più umano, non ero come animale, ma come parte di quello che era uno, un solo uno e che in silenzio, per chi passava, era solo una quadretto, forse romantico, ma solo quello. Invece noi ci siamo scambiati vita, e quando sono uscito dal locale, loro le altre, quelle verdi, quelle late e quelle basse, quelle un po' secche e quelle appena spuntate, mi hanno salutato, ci si vede stasera, all'ora di cena; lui, il mio amico, mi ha sorriso, e mi ha lanciato con lo sguardo, una domanda che era anche una idea su cui tornare, forse stanotte, quando sarò solo sul serio: ascolta e lascia perdere il resto!
Ho un amico, siamo vecchi amici ora, non so dove andrà, se deciderà di stare con me per un po', di fermarsi a casa mia, o se deciderà di andare altrove, ma sicuramente, questi bicchieri di vino e questo nostro parlare ed ascoltare, nel cuore lasciano qualcosa, una scia, un gesto, non so bene, ma ne sono sicuro, lo so.

Ora che scrivo, mi volto, e lui , sorride, dal tavolino, silenzioso, sornione, ed alzando il bicchiere di vino, il suo, brinda, alla nostra salute!


sabato 14 luglio 2012

....vivere in questo mondo con libertà





La mente cosciente è quella impegnata con gli eventi della vita di tutti i giorni; è la mente che impara, che rettifica, che acquisisce una tecnica, scientifica, medica o burocratica che sia. È la mente cosciente dell’uomo d’affari che diventa schiavo del suo lavoro. La maggior parte della gente è impegnata dalla nove alle cinque, quasi tutti i giorni della vita, per guadagnarsi da vivere; e quando la mente passa così tanto tempo della vita per acquisire e praticare una tecnica, che si tratti di un meccanico, di un chirurgo, di un ingegnere, di un uomo d’affari o di quello che volete, naturalmente diventa schiava di quella tecnica; mi pare ovvio. Così come la casalinga diventa schiava della casa, del marito, di cucinare per i figli, l’uomo è schiavo del suo lavoro; ed entrambi sono schiavi della tradizione, delle abitudini, della conoscenza e delle conclusioni, delle credenze, del condizionamento al proprio modo di pensare. E noi accettiamo questa schiavitù come inevitabile, non indaghiamo mai per scoprire se possiamo vivere senza essere schiavi. Avendo accettato come inevitabile di doverci guadagnare da vivere, abbiamo anche accettato come inevitabile la schiavitù della mente con le sue paure e così portiamo avanti questa esistenza quotidiana. Dobbiamo vivere in questo mondo; questa è la sola cosa inevitabile della nostra vita. La domanda è, certamente, se non sia possibile vivere in questo mondo con libertà.

J. Krishnamurti, - The Collected Works vol XI, pp 253-254

sabato 5 maggio 2012

Mi ritrovo qui, nel silenzio



Mi ritrovo qui, nel silenzio ancora tale, del mattino, interrotto, talvolta, dal rumore lontano di qualche peschereccio che traversa non lontano dalla costa, ovvero da quello più vicino di qualche motore, auto o moto, forse di qualcuno che si reca a lavorare o a fare altro, chi sa... mi ritrovo insonne, dopo avere rivoltato me stesso, come un baule ingombro di tante cianfrusaglie, alcune più, altre meno usate o utili, alla ricreca della soluzione, della risposta, o, forse solo di una certezza di scelta.
Le fusa fortissime, quasi appunto un motore di nave, della gatta, sulle mie ginocchia, il suo strofinarsi in cerca di affetto e di contatto, il suo affetto senza secondi fini che quello di manifestarsi, fanno da sottofondo al mio battere sulla tastiera del computer, nell incatenare parole e pensieri, alla ricerca, di quel qualcosa che nel baule è forse verso il fondo, che so esistere, ma che ancora non vedo.

Il silenzio è d'oro, veramente!
 Il silenzio fisico, ma molto più quello interiore, l'assenza di clamore, quel chiasso, quella confusione, anche involontaria, che causa solo confusione, nei pensieri, nel mio cercare, nel mio ascoltare, il silenzioso e tenue mormorio della Vita, di ciò di cui la Vita è composta, quello che arrogantemente noi umani chiamiamo ambiente... che inanimato non è, morto e silenzioso non è affatto.
C'è un dialogo, silenzioso perché si svolge con modalità diversa da quella cui siamo avvezzi, senza parole pronunciate dalla bocca, senza versi che escono dalla gola. C'è un dialogo, o meglio, forse, uno scambio, non so bene di cosa, forse di energia, forse di altro: noi umani abbiamo inventato le parole, ma con le parole abbiamo messo steccati al nostro esprimerci. Esistono modi diversi, più profondi, di sentire, di scambiare, di avere rapporti con tutto ciò di cui siamo parte e che vive, esattamente come noi.
Questi modi non sono descritti in alcun manuale, in alcun trattato, ma se faccio silenzio, finalmente, se fermo le bocce, se chiedo una tregua, al mio correre incessante, sono molto forti, li avverto, li comincio a riconoscere, e comincio a capire che sono forse più importanti e più veri, meno inquinati, meno alterati dalla mia arroganza umana, di me uomo che pretendo di essere l'unico, il migliore, quello che è evoluto.

Forse è tutta qui, quella risposta, che tanti saggi, forse tutti, ci dicono di cercare in noi stessi. Forse non è affatto in noi stessi come unità singole, bensì in noi come parte di un unico, di un Uno.
Si tratta di variare il modo di vedere, di pensare, di concepire..... tutto. Si tratta di fare una rivoluzione, ma non di quelle dei bambini umani, che buttano all'aria i giocattoli per poi ricominciare a giocare, ma in modo diverso. Perché, alla fine, queste sono, poi, le rivoluzioni della Storia: un modo di ribaltare i giocattoli con cui si vive tutti, per poi fare un gioco nuovo, non troppo diverso dal precedente, visto che i giocattoli sono sempre gli stessi, solamente, però, isposti diversamente, e con un piccolo sacrificio, quello di cambiare, alle volte i giocatori...
La vera rivoluzione, forse, è ben altra, molto più profonda, molto più radicale, molto più dura da realizzare e cruda da attuare e vivere. Si tratta di bruciare il modo precedente, di bruciare i giocattoli usati e di farne di nuovi, diversi, decisamente diversi. Si tratta di bruciare dentro se stessi l'erba usata e di cui si è vissuti fino a poco fa, per seminare il nuovo e farlo germogliare.

Forse quello che ci siamo illusi di conoscere è solo una scena del teatro chiamato esistenza, una scena dele migliaia, dei milioni, che io ho creduto essere l'unica possibile. Ma ora sta finendo un atto, uno dei milioni, e dopo un intervallo, sta per inziare un nuovo ato, una nuova scena, situazioni, personaggi, alcuni vecchi, altri nuovi, diversi, circostanze diverse.
Forse.
Ma sta a me vedere, osservare, ascoltare i dialoghi, le vicende, immergemi in questo nuovo atto, e forse farne parte, capire la mia parte, quella che il regista (ma esisterà, poi, un vero regista o si recita all'impronta?...) mi ha assegnato.

Ed allora, le risposte, le domande, tutto, è diverso, ha tutta un'altra, diversa, maniera di esistere, di formularsi, di porsi e di essere vista, e vissuta.
Mi ritrovo così punto a capo.
O forse no, so che indietro su quella strada, non vale la pena andare, conviene andare a girare l'angolo e scoprire là cosa si nasconde, cosa mi aspetta, magari un viale... o forse no...

Vado a vedere

martedì 17 aprile 2012



E' arrivata finalmente, annunciata dal rombo del tuono, dalle nuvole grigie che le hanno fatto da ancelle, dal cielo nero che ha fatto da messaggero per chi sa vedere, dall'aria densa di odore di Lei; è arrivata ed ora, lenta, tranquilla, con la sua velocità, cade, ci abbraccia, ed entra in noi tutti, nei modi che nessuno sa, nessuno più ricorda, eppure un tempo sapevamo...
L'acqua, questa Madre che ci dà la vita, senza cui non potremmo sopravvivere, da cui dipende la nostra esistenza e il nostro permanere su questo pianeta in cui sembra ci si dimentichi di tutto tranne di ciò che non serve. L'acqua, la pioggia, la pioggia che Lei ci dona, per nutrire la Terra, per dare fiato alle piante, sue amiche e sorelle, per dare nutrimento e pace a noi tutti, umani che dimentichiamo quello che è il nostro passato.
E' arrivata e cade, semplice, liquida, cade e abbraccia tutto, va dovunque, quando glielo consentiamo, altrimenti cerca di andare comunque, e sono dolori, per noi umani arroganti.
Cade ed entra nella terra ed io sto preparando sapori di antica storia, senza sapere perché, o forse senza capirlo... o forse no....
Preparo e vedo il fuoco che cuoce e scalda, sento l'acqua che cade e nutre, sento l'anima che si ristora di questa acqua benefica che arriva da lontano.
Una amica mi ha parlato di Dee, di nomi femminili noti nella mia infanzia, ma ignoti nel cosa volessero essere, in cosa fosse la loro sostanza, e cerco. Cerco agitato da ansia e fretta di sapere, una fretta data da non so cosa, eppure la avverto, la fretta di arrivare a capire, a conoscere ad accedere alla fonte.
Cerco nomi come Ecate, Proserpina, Demetra ed altre, tante altre, e non credo per caso, appaiono tutte, attorno a me, tutte belle, tutte solenni, nel loro essere Donne, Dee, diverse, inarrivabili, eppure così vicine a me, piccolo animale terreno, e.. d'improvviso tutto è chiaro, non il cielo, ma il perché, il cosa, il come, la ricerca iniziata tempo fa, proseguita per strade diverse, contorte, ma mai abbandonata, sempre ripresa, sempre avvertita come essenziale: la Vita.

Ora, muto, assorto e sereno, in me, posso abbandonarmi a Lei, alla Vita, alla Sua Madre, alle Sue ancelle, al Tutto che mi è stato donato, oggi, in questa che per tanti è solo una normale giornata di pioggia, del litorale laziale.

sabato 14 aprile 2012

Il legno, la natura, il mio dialogo silenzioso



Da qualche mese, così, apparentemente in modo inusitato e casuale, ho inziato a lavorare con il legno, piccoli oggetti che per me, tutti, sono come qualcosa di diverso, non so dire bene... eppure è così.

Oggi ho trovato, leggendo le ultime pagione del bel libro di Etain Addey "Una gioia silenziosa", la vera spiegazione di ciò che provo:

Ecco quella che è l'essenza del mio rapporto con il legno e con i suoi doni che escono tramite me:


“....così intrisi della presunta solitudine della coscienza umana,... non riusciamo a credere che ci possa essere una risposta personale, qui ed ora, da una pianta o da un animale che divide con noi questo momento sulla terra. E se la risposta arriva, non lza riconosciamo neanche...

...l'occhio della natura selvatica è ben posato su di noi, esiste un rapporto assolutamente personale, l'intenzionalità della natura esiste e ci contempla, ma per scoprirlo bisogna accantonare il nostro cinismo e avere la pazienza di osservare cosa succede e poi riflettere a lungo per capirne i nessi.

… richiede una vita in cui ci sia molto silenzio e molto tempo.. ci vuole una condizione mentale recettiva, simile a quella del sonno o dl sogno.

….


Ho deciso di fidarmi delle mie sensazioni... Forse è bene provare a tenere in considerazione l'intima esperienza e vedere se, accordandole fiducia, si aprono altre conversazioni silenziose.”


“Plotino scrive: “Non dovevi domandare, ma comprendere, anche tu in silenzio, come io stessa [la natura] taccio e sono avvezza a non parlare.”


(E. Addey “ Una gioia silenziosa”)


giovedì 5 aprile 2012

Normalità miracolosa o miracolo normale...

Oggi avevo deciso che avrei fatto un'altra prova con il mio nuovo shampoo, quello che usa la farina di ceci ed altra roba naturale. Mi ha preso questa smania di fare cose naturali, di tornare all'origine, di fare qualche passo più in fretta sul mio cammino... ed ho fatto il secondo shampoo in tre giorni, cambiando dosi e volendo fare le prove.

Ma non è il risparmio, o la soddisfazione di non comprare qualcosa dal negozio, oppure di dire “l'ho fatto io”, no...è ben altro, è mettere le mani dentro una situazione in cui in genere non si fa: compro il prodotto, lo scarto e lo uso, e quando finisce lo ricompro, ed io sto sotto, utente, oggetto del prodotto, e basta.

Qui sono io che faccio, il prodotto, lo faccio con le mie mani e dopo, me lo gusto, me lo assaporo... se così si può dire di un banale prodotto per pulire i capelli (va beh sono lunghi e potrei fare “cavallo pazzo” e difatti sono “lupodelgrande nord”, ma non è qui la sostanza!)

Ma lo shampoo è stato solo uno degli episodi di oggi.

Ero andato al mio “listening point”, al cimitero americano, poco prima della chiusura, ma in tempo per poter trascorrere forse un quarto d'ora là, al mio posto, vicino alla fontana, da solo, lasciando che i tizi che stavano sistemando i giardini facessero il loro lavoro, ma senza farmene disturbare ed anche senza dare loro fastidio. Sono stato là a sentire l'acqua che cadeva a cercare di capire se ci fosse una qualche melodia sotto. Accidenti alla mente razionale e logica che cerca sempre uno schema, un modello a cui rifare la realtà che vivo!

Non c'era alcuna melodia,, c'era il lento e tranquillo scrosciare dell'acqua, senza schemi, senza ritornello, libero e casuale e bello, proprio perché tale!

E l'ho ascoltato, me ne sono nutrito, ed ho lasciato andare la mente, l'ho sciolta, come un cane quando gli togli il guinzaglio, e sapendo che già l'avevo fatto, ho gustato del suo galoppare libera, come un animale felice di poter correre a perdifiato.

Pensieri, considerazioni, immagini, flash, riflessioni, tutto si è accavallato e mischiato in pochi minuti, ma.. senza alcun clamore, solo con la frenesia e la contentezza che ha un bambino che felice gioca e va dal genitore a mostrare ogni cosa nuova che scopre nel gioco, dalla lucertola alla pigna che è piena di pinoli, al disegno strano eppure bello su un ramo o su una foglia, all'uccello che canta su un albero... la mia mente faceva questo e me ne sono gustato il suo galoppare, il suo correre a destra e sinistra, senza fastidio e eppure impaziente di toccare tutto... l'ho ascoltata, l'ho vista fare questo, ho vissuto questo che descrivo.

Poi a casa, lo shampoo, un'altra dose di naturale, di non artefatto, di lentamente normale.

Ed infine stasera, mettendo pace in me, mettendo un freno a questo mio avere vissuto intensamente un pomeriggio finalmente diverso, ma normale come dovrebbe essere sempre.

Finalmente una spremuta, un'arancia un limone e mi ritrovo, senza volerlo, senza volontà, spontaneamente, e me ne accorgo per caso: a ringraziare l'arancia, mentre la spremo a mano, mentre la giro e vedo e sento il succo uscire e cadere nella vaschetta di raccolta. Grazie per quello che mi dona, a lei ed al limone... e la gioia di constatare come sto parlando con lei!

Pazzo... non credo, in pace, sereno, dentro, avverto qualcosa da cui mancavo da sempre, da una vita, ma intravedo la meta dove devo dirigermi, la sento, come il marinaio che avverte l'odore della terraferma.


Dopo leggo, mi fermo a leggere lento e calmo, assaporare ogni parola come si assapora un buon liquore e la gatta fa una cosa che mai ha fatto. Mi salta addosso come fa spesso, ma sembra ansiosa di stare con me, di strofinarsi, di avere contatto, come se mi scoprisse ora. Mi sale sulla pancia, mi spinge con la testa, vuole contatto, vuole me!

Spesso lo fa, ma mai con questa foga, con questa forte e decisa maniera di volere me, di volere stare con me.

Forse avverte questo mio stare diverso, anzi sono sicuro che sia così.

Le parlo, come faccio sempre e lei mi guarda, sembra capire, capisce, ci si capisce, senza parlare neanche e stiamo così per dieci minuti, lei si accoccola, alla fine, sonnecchia ed io la carezzo, le faccio quello che a lei piace, e stiamo così, felici di questo nostro scambio. Le carezzo le zampine, finalmente, per una volta, senza temere che per gioco mi graffi, e lei mi guarda incuriosita, non muove nemmeno un millimetro, anzi sembra rilassarsi ancor più.

Poi devo muovermi e lei scende.

Ora che scrivo è sulla sedia accanto, acciambellata, appagata, dorme serena ed io avverto la sua serenità. Mentre eravamo così ero a parlare al telefono di animali, di fiori, di vita, di umanità e di sentimenti con una amica, e anche questo è stato Vita, anche questo la gatta ha avvertito, lo so, ne sono sicuro.


Mi sento come un bambino a cui sia stato detto che ha libero accesso ad un parco giochi e che tutto questo non avrà fine, anzi, sarà per sempre e sempre più il suo parco giochi, dove avrà compagni, ma nessuno toglierà nulla all'altro. Ho scoperto questo parco giochi, lo sto scoprendo o forse dovrei dire ri-scoprendo, forse sto tornando a casa e l'emozione di rivedere quello che un tempo lasciai è forte ed intensa, e questo vale ogni metro compiuto nel viaggio ed ogni goccia di sudore spesa fin qui e ognuna che spenderò ancora.

Ho vissuto un normale ordinario e tranquillo miracolo di vita, ho ricevuto l'ennesimo dono dalla Vita, ora posso andare a dormire, la giornata è stata questa.



Mentre inserisco queste parole nel mio blog su Internet mi ricordo che oggi è 5 aprile, l'onomastico di mio papà, andato da tempo altrove. Chi sa se non è stato un suo regalo questo... mi piace volerlo pensare, che sia un suo modo di essermi accanto, nel mio cammino, un suo volermi indicare qualche cosa in più di quello che da solo sto scoprendo... anche questo è bello.