martedì 17 aprile 2012



E' arrivata finalmente, annunciata dal rombo del tuono, dalle nuvole grigie che le hanno fatto da ancelle, dal cielo nero che ha fatto da messaggero per chi sa vedere, dall'aria densa di odore di Lei; è arrivata ed ora, lenta, tranquilla, con la sua velocità, cade, ci abbraccia, ed entra in noi tutti, nei modi che nessuno sa, nessuno più ricorda, eppure un tempo sapevamo...
L'acqua, questa Madre che ci dà la vita, senza cui non potremmo sopravvivere, da cui dipende la nostra esistenza e il nostro permanere su questo pianeta in cui sembra ci si dimentichi di tutto tranne di ciò che non serve. L'acqua, la pioggia, la pioggia che Lei ci dona, per nutrire la Terra, per dare fiato alle piante, sue amiche e sorelle, per dare nutrimento e pace a noi tutti, umani che dimentichiamo quello che è il nostro passato.
E' arrivata e cade, semplice, liquida, cade e abbraccia tutto, va dovunque, quando glielo consentiamo, altrimenti cerca di andare comunque, e sono dolori, per noi umani arroganti.
Cade ed entra nella terra ed io sto preparando sapori di antica storia, senza sapere perché, o forse senza capirlo... o forse no....
Preparo e vedo il fuoco che cuoce e scalda, sento l'acqua che cade e nutre, sento l'anima che si ristora di questa acqua benefica che arriva da lontano.
Una amica mi ha parlato di Dee, di nomi femminili noti nella mia infanzia, ma ignoti nel cosa volessero essere, in cosa fosse la loro sostanza, e cerco. Cerco agitato da ansia e fretta di sapere, una fretta data da non so cosa, eppure la avverto, la fretta di arrivare a capire, a conoscere ad accedere alla fonte.
Cerco nomi come Ecate, Proserpina, Demetra ed altre, tante altre, e non credo per caso, appaiono tutte, attorno a me, tutte belle, tutte solenni, nel loro essere Donne, Dee, diverse, inarrivabili, eppure così vicine a me, piccolo animale terreno, e.. d'improvviso tutto è chiaro, non il cielo, ma il perché, il cosa, il come, la ricerca iniziata tempo fa, proseguita per strade diverse, contorte, ma mai abbandonata, sempre ripresa, sempre avvertita come essenziale: la Vita.

Ora, muto, assorto e sereno, in me, posso abbandonarmi a Lei, alla Vita, alla Sua Madre, alle Sue ancelle, al Tutto che mi è stato donato, oggi, in questa che per tanti è solo una normale giornata di pioggia, del litorale laziale.

sabato 14 aprile 2012

Il legno, la natura, il mio dialogo silenzioso



Da qualche mese, così, apparentemente in modo inusitato e casuale, ho inziato a lavorare con il legno, piccoli oggetti che per me, tutti, sono come qualcosa di diverso, non so dire bene... eppure è così.

Oggi ho trovato, leggendo le ultime pagione del bel libro di Etain Addey "Una gioia silenziosa", la vera spiegazione di ciò che provo:

Ecco quella che è l'essenza del mio rapporto con il legno e con i suoi doni che escono tramite me:


“....così intrisi della presunta solitudine della coscienza umana,... non riusciamo a credere che ci possa essere una risposta personale, qui ed ora, da una pianta o da un animale che divide con noi questo momento sulla terra. E se la risposta arriva, non lza riconosciamo neanche...

...l'occhio della natura selvatica è ben posato su di noi, esiste un rapporto assolutamente personale, l'intenzionalità della natura esiste e ci contempla, ma per scoprirlo bisogna accantonare il nostro cinismo e avere la pazienza di osservare cosa succede e poi riflettere a lungo per capirne i nessi.

… richiede una vita in cui ci sia molto silenzio e molto tempo.. ci vuole una condizione mentale recettiva, simile a quella del sonno o dl sogno.

….


Ho deciso di fidarmi delle mie sensazioni... Forse è bene provare a tenere in considerazione l'intima esperienza e vedere se, accordandole fiducia, si aprono altre conversazioni silenziose.”


“Plotino scrive: “Non dovevi domandare, ma comprendere, anche tu in silenzio, come io stessa [la natura] taccio e sono avvezza a non parlare.”


(E. Addey “ Una gioia silenziosa”)


giovedì 5 aprile 2012

Normalità miracolosa o miracolo normale...

Oggi avevo deciso che avrei fatto un'altra prova con il mio nuovo shampoo, quello che usa la farina di ceci ed altra roba naturale. Mi ha preso questa smania di fare cose naturali, di tornare all'origine, di fare qualche passo più in fretta sul mio cammino... ed ho fatto il secondo shampoo in tre giorni, cambiando dosi e volendo fare le prove.

Ma non è il risparmio, o la soddisfazione di non comprare qualcosa dal negozio, oppure di dire “l'ho fatto io”, no...è ben altro, è mettere le mani dentro una situazione in cui in genere non si fa: compro il prodotto, lo scarto e lo uso, e quando finisce lo ricompro, ed io sto sotto, utente, oggetto del prodotto, e basta.

Qui sono io che faccio, il prodotto, lo faccio con le mie mani e dopo, me lo gusto, me lo assaporo... se così si può dire di un banale prodotto per pulire i capelli (va beh sono lunghi e potrei fare “cavallo pazzo” e difatti sono “lupodelgrande nord”, ma non è qui la sostanza!)

Ma lo shampoo è stato solo uno degli episodi di oggi.

Ero andato al mio “listening point”, al cimitero americano, poco prima della chiusura, ma in tempo per poter trascorrere forse un quarto d'ora là, al mio posto, vicino alla fontana, da solo, lasciando che i tizi che stavano sistemando i giardini facessero il loro lavoro, ma senza farmene disturbare ed anche senza dare loro fastidio. Sono stato là a sentire l'acqua che cadeva a cercare di capire se ci fosse una qualche melodia sotto. Accidenti alla mente razionale e logica che cerca sempre uno schema, un modello a cui rifare la realtà che vivo!

Non c'era alcuna melodia,, c'era il lento e tranquillo scrosciare dell'acqua, senza schemi, senza ritornello, libero e casuale e bello, proprio perché tale!

E l'ho ascoltato, me ne sono nutrito, ed ho lasciato andare la mente, l'ho sciolta, come un cane quando gli togli il guinzaglio, e sapendo che già l'avevo fatto, ho gustato del suo galoppare libera, come un animale felice di poter correre a perdifiato.

Pensieri, considerazioni, immagini, flash, riflessioni, tutto si è accavallato e mischiato in pochi minuti, ma.. senza alcun clamore, solo con la frenesia e la contentezza che ha un bambino che felice gioca e va dal genitore a mostrare ogni cosa nuova che scopre nel gioco, dalla lucertola alla pigna che è piena di pinoli, al disegno strano eppure bello su un ramo o su una foglia, all'uccello che canta su un albero... la mia mente faceva questo e me ne sono gustato il suo galoppare, il suo correre a destra e sinistra, senza fastidio e eppure impaziente di toccare tutto... l'ho ascoltata, l'ho vista fare questo, ho vissuto questo che descrivo.

Poi a casa, lo shampoo, un'altra dose di naturale, di non artefatto, di lentamente normale.

Ed infine stasera, mettendo pace in me, mettendo un freno a questo mio avere vissuto intensamente un pomeriggio finalmente diverso, ma normale come dovrebbe essere sempre.

Finalmente una spremuta, un'arancia un limone e mi ritrovo, senza volerlo, senza volontà, spontaneamente, e me ne accorgo per caso: a ringraziare l'arancia, mentre la spremo a mano, mentre la giro e vedo e sento il succo uscire e cadere nella vaschetta di raccolta. Grazie per quello che mi dona, a lei ed al limone... e la gioia di constatare come sto parlando con lei!

Pazzo... non credo, in pace, sereno, dentro, avverto qualcosa da cui mancavo da sempre, da una vita, ma intravedo la meta dove devo dirigermi, la sento, come il marinaio che avverte l'odore della terraferma.


Dopo leggo, mi fermo a leggere lento e calmo, assaporare ogni parola come si assapora un buon liquore e la gatta fa una cosa che mai ha fatto. Mi salta addosso come fa spesso, ma sembra ansiosa di stare con me, di strofinarsi, di avere contatto, come se mi scoprisse ora. Mi sale sulla pancia, mi spinge con la testa, vuole contatto, vuole me!

Spesso lo fa, ma mai con questa foga, con questa forte e decisa maniera di volere me, di volere stare con me.

Forse avverte questo mio stare diverso, anzi sono sicuro che sia così.

Le parlo, come faccio sempre e lei mi guarda, sembra capire, capisce, ci si capisce, senza parlare neanche e stiamo così per dieci minuti, lei si accoccola, alla fine, sonnecchia ed io la carezzo, le faccio quello che a lei piace, e stiamo così, felici di questo nostro scambio. Le carezzo le zampine, finalmente, per una volta, senza temere che per gioco mi graffi, e lei mi guarda incuriosita, non muove nemmeno un millimetro, anzi sembra rilassarsi ancor più.

Poi devo muovermi e lei scende.

Ora che scrivo è sulla sedia accanto, acciambellata, appagata, dorme serena ed io avverto la sua serenità. Mentre eravamo così ero a parlare al telefono di animali, di fiori, di vita, di umanità e di sentimenti con una amica, e anche questo è stato Vita, anche questo la gatta ha avvertito, lo so, ne sono sicuro.


Mi sento come un bambino a cui sia stato detto che ha libero accesso ad un parco giochi e che tutto questo non avrà fine, anzi, sarà per sempre e sempre più il suo parco giochi, dove avrà compagni, ma nessuno toglierà nulla all'altro. Ho scoperto questo parco giochi, lo sto scoprendo o forse dovrei dire ri-scoprendo, forse sto tornando a casa e l'emozione di rivedere quello che un tempo lasciai è forte ed intensa, e questo vale ogni metro compiuto nel viaggio ed ogni goccia di sudore spesa fin qui e ognuna che spenderò ancora.

Ho vissuto un normale ordinario e tranquillo miracolo di vita, ho ricevuto l'ennesimo dono dalla Vita, ora posso andare a dormire, la giornata è stata questa.



Mentre inserisco queste parole nel mio blog su Internet mi ricordo che oggi è 5 aprile, l'onomastico di mio papà, andato da tempo altrove. Chi sa se non è stato un suo regalo questo... mi piace volerlo pensare, che sia un suo modo di essermi accanto, nel mio cammino, un suo volermi indicare qualche cosa in più di quello che da solo sto scoprendo... anche questo è bello.


mercoledì 4 aprile 2012



Sono andato a quello che è il mio attuale listening point, come lo chiama Sigurd Olson.

Erano le 16, avevo poco tempo ma non mi importava, per la prima volta forse, non mi sono preoccupato di fare le cose in tempo, anzi in anticipo... “avevo il tempo che mi era stato dato e se era quello, quello avrei usato, vuol dire che quello serviva!”

Sono entrato dal cancello grande, imponente e sempre bello. Il sole del pomeriggio scaldava la terra, le panche di legno scuro, l'aria, ed era bello. Come sempre in quel posto, vado ad ascoltare, quando ne ho necessità, cioè spesso.

C'erano i lavoranti che sistemavano le piante acquatiche nel laghetto ora prosciugato, preparando il paesaggio per il mese prossimo in cui sarà un fiorire di loto, acqua, ed altro verde; c'erano due mamme con bambini, passeggiavano, senza dare fastidio, senza un rumore, eppure i bimbi non sono silenziosi; c'era gente venuta a fare quel pellegrinaggio di cui si sente obbligata quando è là, dove riposano forse 15000 giovani di venti anni o poco più, morti per qualcosa di cui chi sa se sapevano; c'ero io col mio libro in mano, in cerca di ascolto.

Non ho fatto il consueto giro, ho cercato una panca di legno, mi sono seduto ed ho letto.

Forse tre pagine, poche parole.

Quelle che servivano.

Quanto bastava a dare il via.


Poi nulla, silenzio, il libro chiuso, la mente ad ascoltare, il cuore , ad ascoltare, io là, ad ascoltare la mente ed il cuore,.... e il luogo.

Mille idee, mille pensieri, mile emozioni e sentimenti, ma uno solo rimane ora che sto mettendo i puntini sui particolari: la serenità del fare quello che dovevo, nel tempo dovuto, nei modi dovuti.

Il farlo, ascoltando il dopo, ascoltando quello che questa cosa evocava, provocava in me, svegliava dentro di me.

Nulla di strano, nessuna illuminazione, nessun gesto miracoloso, o sensazione divina, solo Vita, tempo che non è, ritmo antico forse, ma quello giusto, modi semplici, che lì, su una panca di legno, nel sole che si abbassava, ho percepito attorno a me, come a mille km di distanza, o ad anni e km distanti, dalle pagine del libro di Etain: tutto come doveva, tutto a posto, ed io che finalmente, ho ascoltato, ho avuto quel che c'era da avere, finalmente!


E' durato poco a vedersi da fuori, forse minuti, forse troppo poco per giustificare un andare a fare una passeggiata: ma non era una passeggiata, poteva essere il cammino verso Santiago, un calvario del venerdì che arriva, quello di Pasqua, poteva essere un digiuno di penitenza duranto quaranta giorni come quaranta milioni di secoli, poteva essere quelle che volete, per me è stato questo: un momento, un attimo, in cui ho visto tutto e niente, sentito tanto eppure nulla, vissuto secoli, rivissuto vite, assaporato odori e fruscii e bevuto l'aria del vento che mi ha carezzato.


E' durato quello che doveva.


Non c'è un giusto, non uno sbagliato.

Questo è, questo doveva, io ho avuto un dono: ero là.



sabato 31 marzo 2012

Deep Route

Vado nel buio, dentro, nel profondo,

scendo, giro ogni angolo, scruto dietro ognuno,

curioso eppure con timore.

Oso ad ogni svolta e non so se me la sento, eppure lo faccio,

seguo un antico istinto, una voce che mi chiama dal tempo,

sento questo richiamo e ne seguo l'antico odore,

questa mano che mi afferra e mi porta là, a scrutare.


Ogni modo, ogni via, ogni maestro è quello giusto,

ogni momento, ogni strada porta laggiù.

Non esiste un solo sentiero, non ne esiste uno solo,

mille, un milione, infiniti,

per ognuno di noi tanti, eppure ogni volta diversi.

Ogni stagione mia ha i suoi percorsi,

ogni passato ha messo le sue strade a farmi fare la via,

ogni sguardo mi ha portato oltre l'orizzonte,

anche quando credevo di cercare solo acqua

o cibo, o pace.

Ogni volta è stato uno scendere, diverso, sempre nuovo.


Oggi seguo questo, una scala a chiocciola,

come nelle antiche case del medioevo,

oppure nelle torri di pietra dove magie avvenivano,

e la vita sembrava mutare e divenire altro.

Ora la mia vita sembra mutare,

ma forse sono io solo che cambio,

che modifico il mio guardare,

il mio ascoltare verso quello che arriva.


Mi trovo al ciglio, sul bordo della valle,

dopo un cammino buio, stretto, denso di stalattiti

od ostacoli al mio passaggio;

sono qui, al bordo, prima di scendere,

la parte finale, forse, la discesa ultima.

Sono al bordo della valle verde,

dove acqua e vita si vedono in fondo,

dove la pace ammanta il tutto,

dove intuisco essere quel che stavo forse inseguendo.


Scenderò, ma chi sa,

forse sarà solo una pausa,

prima di iniziare la ricerca, quella vera,

chi sa.


domenica 25 marzo 2012

Il tempo...



La mattina è fresca, c'è l'ora legale, quest'ora che ti tolgono di sonno per poi restituirtela dopo sei mesi, ogni anno, è una specie di giostra, nata, dicevano, per “risparmiare”, ed adesso diventata un rito, perché di risparmio non si parla più, anzi, si parla di peccato mortale a non spendere!

Cammino nel caldo del sole che mi carezza le spalle, una brezza appena avvertita muove appena la bandiera che pende dal pennone, laggiù, sullo sfondo, davanti al bianco del marmo dove soldati gloriosi rinnovano, eternamente immobili ,il loro sacrificio.

I passi risuonano, ritrmici, regolari, svelti: non so camminare lentamente, da quando mio papà mi portava mano nella mano ho sempre camminato svelto, prima per stare al suo passo, come fanno i bravi figli, poi per abitudine ormai diventata anche mia.

Oggi questo ritmo mi culla, mi risuona dentro come un tam tam di danza tribale, nell'abbandono di cui ho letto in alcuni libri.

Cammino e respiro, sono in silenzio, per centinaia di metri non c'è nessuno attorno a me, quel posto è un oasi dove vado a rifugiarmi al mattino presto per ascoltare, me stesso, la Vita, ascoltare e basta.

Alzo lo sguardo, il cielo è di un celeste tenue. Ricordo quando mettevo il cielo sui fogli da disegno ed ero piccolo e mia madre mi insegnò a spandere il colore con la carta assorbente: miracolo per me, ignaro e piccolo, eppure ricordo dolce ancora adesso che piccolo non sono più. Le nuvole ci stanno, ferme, poste là da un ignoto disegnatore che le ha allineate e separate con sapienza, con armonia, lasciando il bianco e l'azzurro in mezzo, o il bianco fra l'azzurro, non so bene.

Fisso lo sguardo laggiù, nel bianco, vedo forme, perdo la cognizione di ciò che sto vivendo e la mente, improvvisa parte, si abbandona, si perde, non so bene, ma so che il tempo, per un attimo scompare.

Vedo il dorso di una montagna verso cui cammino, il cuore va a quando mi avvicino alla montagna, provando a immaginare quanto dovrò faticare per arrivare fin là, eppure ansioso di metterci su i piedi, pur sapendo della fatica che attende, paziente. Sento le stesso cuore di quando sono là, di quando sono stato, non so più se è passato o presente, mi sono perso il tempo, per un momento, un momento che dura eterno.

Vedo le identiche striature di bianco sfilacciate nell'azzurro e il cuore batte allo stesso ritmo.

La mente torna viva un po', prova a ricordare e capire, se sia un ricordo, se sia un vedere cose che non esistono, se stia avendo una visione... analizza, la mente, divide, ragiona.. la mente...

La caccio via, senza volere, senza sapere: l'anima si riprende quello spazio suo, e vola, non so bene dove e come, ma so che vola, lo so, ora che scrivo, lo sapevo mentre stavo là ed il tempo è durato un infinito, il tempo è morto per un secondo.

Per un singolo istante, o forse sono stati secoli, forse anni luce, ho avvertito veramente che non esiste, lui, il tempo, che quelle nuvole erano là sempre, da sempre, che solamente io mi ero spostato, o forse avevo creduto di spostarmi e che era tutto era una sola cosa, non uomo e natura, neppure fisico e spirito, solo Uno, nulla di altro.

Chi sa se quello sciamano che scrive intende queste cose, chi sa se queste sono le visioni...chi sa se la “chiamata” è questa.... ma poi cosa conta, cosa importa, importa questo, questo che provo, che vivo, ora, adesso.

La mente!

Il mio camminare ritmico continua, lo so adesso, lo riprendo e lo rivedo ora il disegno di me là, ma in quel momento l'ho perso per un istante. Mi porta fino in cima, da dove ho visto, ho capito ben chiaro: la fatica, il sudore e l'arrancare sono illusioni, la verità è ben altra, basta nulla per avvertirla, ma la devi volere e cercare, ti deve mancare, dentro... ed è là non solo per te.

Ho avvertito che quello è il modo mio, che riti e formule, sono tutti veri, ma che già dentro hai quello che fa per te e basta; quello che ti serve sta là, aspetta, in silenzio, anche in eterno....


Lenti, graduali, i rumori, quelli della “civiltà” tornano a farsi vivi, a farsi udire e vengono per ri-sotterrare la Vita, come avviene “normalmente”.

Esco dall'oasi, torno a casa, ma non è come prima, non più, ora.


Torno a me, come si ama dire, ma forse in realtà perdo me, mi lascio andare e torno al teatro, alla recita, eppure, …. eppure so, che là sono io, che posso tornarci, che quello non scompare, ed aspetta, in silenzio, anche in eterno....

aspetta anche me....

….e che l'eterno non esiste, il tempo non esiste...


sabato 21 gennaio 2012

Un piccolo lavoro manuale



Alcuni gesti, odori, rumori, atmosfere hanno una loro intensità propria, con questa stimolano in noi stessi la risposta, ci risvegliano, e riportano alla luce emozioni, sentimenti e sensazioni forse atavici, o forse nascoste nella memoria: quando questo avviene è come se si compisse un miracolo a cui da spettatori, assistiamo meravigliati ed estasiati, e ci riempiamo di serenità.

Questa serenità non è una cosa strana, che proviene dal cielo o da altri mondi o da un dio lontano e mai visto; questa serenità alberga in ognuno di noi, nascosta forse, coperta da mille altre cose, superflue e del tutto ininfluenti. Basta avere la pazienza, il desiderio e l'umiltà di andarsela a ritrovare, come in una soffitta polverosa e sempre chiusa, dove abbiamo mille ricordi ed oggetti, ed è là, per noi, nostra, da stringere sul cuore, da avvertirne il calore, da vivere e gioirne.


Ho acquistato un dizionario, un semplice e normale libro che mi permette di fare le mie letture in Inglese, visto che non padroneggio la lingua come un interprete.

Ho trovato una occasione, pochi soldi per un libro nuovo, e di valore, lo stesso tipo che usavo ai tempi delle mie scuole medie, solo che ora è aggiornato, nuovo, fiammante.

“Fiammante” come si dice di un'auto, fresca di fabbrica, pronta a mordere l'asfalto!

Soltanto che qui parlo di un libro... per me ha, forse, anche più valore dell'auto.


Ho deciso che voglio foderarlo, il dizionario.

Lo userò, mi servirà e starà là sul tavolo, ore, giorni, usato o posato. Non come il romanzo che leggo e che poi, magari, ripongo nello scaffale, per poterlo riprendere, solo quando mi va.

Un dizionario è libro da battaglia, libro da combattimento. Va protetto, riparato dalle mie mani o dall'aria, e per questo voglio foderarlo.


Nella casa dove vivo non ho i fogli di plastica trasparente che usavo un tempo, che ho usato per anni per fare questo lavoro, belli, lucidi e fiammanti...

Vivo diversamente ora, a risparmio, in economia, sprecando meno, badando a cose cui nella “vita passata” non badavo troppo... si cambia, cambia la vita, la mia è cambiata...e non ho fogli di plastica trasparente.

Potrei andare a comprarli, lo so.

Non voglio, non voglio cedere a queste abitudini che sto cercando di estirpare da dentro me stesso: “quello che non hai basta che spendi e diventa tuo”.

Se posso, uso altro, se posso cerco se ho alternative, e per foderare un libro ne ho: la carta marroncina per fare pacchi.

Non sarà bellissima, non è fiammante, non è lucida, ma non è plastica, non è quella che vai compri ed è tua, la carta marroncina ce l'ho, sta già qui in casa: uso questa.


Non è questione di risparmio, ma altro, che le parole non sanno spiegare, è qualcosa che avverto come mia, ora, e che viene da lontano.


Fodero questo libro, attività banale, anche se da farsi con una certa cura. Taglio, piego, prendo le misure e metto un'attenzione che non mi aspettavo da me stesso, come se dovessi foderare un libro d'antiquariato e arrivato a me per caso, da conservare, perché prezioso.

Mentre piego e taglio, ricordo... torna la memoria... questo che faccio me l'aveva insegnato mia mamma, quando ero piccolo, quando non riuscivo a tagliare bene, mai! Mi venivano sempre male, allora, i libri, e lei mi aiutava: le sue mani erano fatate, riusciva sempre a porre rimedio ai miei errori di inesperienza...lei era la fata!

Foderava tutti i suoi libri preziosi, vocabolari, libri di scuola, i libri di canzoni della sua giovinezza, tutti con la carta. Non era questa marroncina, la sua era carta con fiori, bella, carina, ma carta! La plastica forse nemmeno la conosceva lei, la mamma, a quei tempi in cui la plastica era ancora solo nei catini pubblicizzati alla TV da Gino Bramieri.

Ma i suoi libri erano belli, tutti così in ordine e così disponibili all'uso, eppure così protetti, da quei fiori di tutti i colori, su uno sfondo giallo. Tutti pronti, da aprire e leggere o usare, con la gioia nel cuore. O forse era il mio cuore ad avere la gioia di quel tempo, chi sa.


Poi scoprii che anche il papà faceva le stesse cose, le sapeva fare anche lui, non era solo la mamma ad essere una fata, lui era un mago.

In altra maniera, meno delicata forse, eppure efficacie anche quella di lui, del mago, per proteggere i suoi di libri, atlanti, vocabolari, libri da tenere, anche lui con quella bella usanza, di conservare ciò che aveva valore per lui (a quel tempo il valore stava anche in quelle cose, semplici, ma vere).

Lui addirittura scriveva i titoli sulle copertine col pennarello, li scriveva bene, ordinati, senza righello eppure perfettamente orizzontali, in un modo che io ragazzino non riuscivo... e quanto lo invidiavo per queste cose che per me rappresentavano la perfezione...

La perfezione di un genitore che per me era tutto il mondo...in quel momento!


Ed ora mi arriva improvviso il ricordo: la carta!

Lui usa la carta marroncina da fare i pacchi. E' da là che viene questo ricordo, questa immagine...


Ed oggi mi trovo io a fare lo stesso!

Oggi che loro stanno non so dove, non so se mi osservano. Io porto nelle mie mani, nella mia manualità, la loro eredità. Oggi nel mio foderare un semplice dizionario, loro vivono, insieme, uniti come sono stati per 40 anni, nelle mie mani che tagliano la carta, posano il nastro adesivo; ora che scrivo sulla copertina il titolo e scopro che riesco a scrivere bene, ordinato e dritto, come mai allora sarei riuscito ad immaginare.


Mentre lavoro e fodero, rivedo loro, senza provare dolore né malinconia; è come se stessimo insieme, al tavolo a parlare, con un the caldo da bere, raccontandoci questi anni passati lontani, eppure in cui nelle nostre memoria c'è sempre stato dello spazio riservato, per gli altri. Ci si racconta quello che si fa ora, racconto loro quella che oggi è la mia vita, ne sono quasi orgoglioso, come lo ero quando avevo i calzoni corti e mostravo loro cosa sapevo fare, mostrando me, ed offrendo il mio amore di figlio.

Il lavoro manuale, anche semplice, anche normale, abitudinario, porta la mente a lavorare: mentre lavori pensi e non stai a dannarti per le mille difficoltà che fanno comunque parte della normalità di ogni giorno, in quel momento, in quel modo, vivi, riesci a sentirti te stesso. Sei presente al momento. Si dice che sia qualcosa che ha a che fare con lo zen, non lo so bene, ma so cosa questo vuol dire, cosa significa vivere questi momenti.

E mi piace.


Scriverò su questo argomento, parole su un foglio, ripensando e fissando quel calore che mi è stato donato foderando un dizionario.

Mia figlia non ha avuto questa fortuna. Lei è nata quando esistevano le copertine già pronte. Di libri con lei ne abbiamo foderati pochi, non le ho trasmesso quello che è stato donato a me. Lei non ha avuto questo stesso regalo, forse ne avrà altri, differenti. Le auguro, un giorno di avere, però, lo stesso calore dentro, di ricevere lo stesso bene che oggi ricevo io.

Questo importa.


Prendo un foglio bianco, scrivo al PC, metto le parole in fila, il mio racconto comincia qui...ora.