sabato 21 gennaio 2012

Un piccolo lavoro manuale



Alcuni gesti, odori, rumori, atmosfere hanno una loro intensità propria, con questa stimolano in noi stessi la risposta, ci risvegliano, e riportano alla luce emozioni, sentimenti e sensazioni forse atavici, o forse nascoste nella memoria: quando questo avviene è come se si compisse un miracolo a cui da spettatori, assistiamo meravigliati ed estasiati, e ci riempiamo di serenità.

Questa serenità non è una cosa strana, che proviene dal cielo o da altri mondi o da un dio lontano e mai visto; questa serenità alberga in ognuno di noi, nascosta forse, coperta da mille altre cose, superflue e del tutto ininfluenti. Basta avere la pazienza, il desiderio e l'umiltà di andarsela a ritrovare, come in una soffitta polverosa e sempre chiusa, dove abbiamo mille ricordi ed oggetti, ed è là, per noi, nostra, da stringere sul cuore, da avvertirne il calore, da vivere e gioirne.


Ho acquistato un dizionario, un semplice e normale libro che mi permette di fare le mie letture in Inglese, visto che non padroneggio la lingua come un interprete.

Ho trovato una occasione, pochi soldi per un libro nuovo, e di valore, lo stesso tipo che usavo ai tempi delle mie scuole medie, solo che ora è aggiornato, nuovo, fiammante.

“Fiammante” come si dice di un'auto, fresca di fabbrica, pronta a mordere l'asfalto!

Soltanto che qui parlo di un libro... per me ha, forse, anche più valore dell'auto.


Ho deciso che voglio foderarlo, il dizionario.

Lo userò, mi servirà e starà là sul tavolo, ore, giorni, usato o posato. Non come il romanzo che leggo e che poi, magari, ripongo nello scaffale, per poterlo riprendere, solo quando mi va.

Un dizionario è libro da battaglia, libro da combattimento. Va protetto, riparato dalle mie mani o dall'aria, e per questo voglio foderarlo.


Nella casa dove vivo non ho i fogli di plastica trasparente che usavo un tempo, che ho usato per anni per fare questo lavoro, belli, lucidi e fiammanti...

Vivo diversamente ora, a risparmio, in economia, sprecando meno, badando a cose cui nella “vita passata” non badavo troppo... si cambia, cambia la vita, la mia è cambiata...e non ho fogli di plastica trasparente.

Potrei andare a comprarli, lo so.

Non voglio, non voglio cedere a queste abitudini che sto cercando di estirpare da dentro me stesso: “quello che non hai basta che spendi e diventa tuo”.

Se posso, uso altro, se posso cerco se ho alternative, e per foderare un libro ne ho: la carta marroncina per fare pacchi.

Non sarà bellissima, non è fiammante, non è lucida, ma non è plastica, non è quella che vai compri ed è tua, la carta marroncina ce l'ho, sta già qui in casa: uso questa.


Non è questione di risparmio, ma altro, che le parole non sanno spiegare, è qualcosa che avverto come mia, ora, e che viene da lontano.


Fodero questo libro, attività banale, anche se da farsi con una certa cura. Taglio, piego, prendo le misure e metto un'attenzione che non mi aspettavo da me stesso, come se dovessi foderare un libro d'antiquariato e arrivato a me per caso, da conservare, perché prezioso.

Mentre piego e taglio, ricordo... torna la memoria... questo che faccio me l'aveva insegnato mia mamma, quando ero piccolo, quando non riuscivo a tagliare bene, mai! Mi venivano sempre male, allora, i libri, e lei mi aiutava: le sue mani erano fatate, riusciva sempre a porre rimedio ai miei errori di inesperienza...lei era la fata!

Foderava tutti i suoi libri preziosi, vocabolari, libri di scuola, i libri di canzoni della sua giovinezza, tutti con la carta. Non era questa marroncina, la sua era carta con fiori, bella, carina, ma carta! La plastica forse nemmeno la conosceva lei, la mamma, a quei tempi in cui la plastica era ancora solo nei catini pubblicizzati alla TV da Gino Bramieri.

Ma i suoi libri erano belli, tutti così in ordine e così disponibili all'uso, eppure così protetti, da quei fiori di tutti i colori, su uno sfondo giallo. Tutti pronti, da aprire e leggere o usare, con la gioia nel cuore. O forse era il mio cuore ad avere la gioia di quel tempo, chi sa.


Poi scoprii che anche il papà faceva le stesse cose, le sapeva fare anche lui, non era solo la mamma ad essere una fata, lui era un mago.

In altra maniera, meno delicata forse, eppure efficacie anche quella di lui, del mago, per proteggere i suoi di libri, atlanti, vocabolari, libri da tenere, anche lui con quella bella usanza, di conservare ciò che aveva valore per lui (a quel tempo il valore stava anche in quelle cose, semplici, ma vere).

Lui addirittura scriveva i titoli sulle copertine col pennarello, li scriveva bene, ordinati, senza righello eppure perfettamente orizzontali, in un modo che io ragazzino non riuscivo... e quanto lo invidiavo per queste cose che per me rappresentavano la perfezione...

La perfezione di un genitore che per me era tutto il mondo...in quel momento!


Ed ora mi arriva improvviso il ricordo: la carta!

Lui usa la carta marroncina da fare i pacchi. E' da là che viene questo ricordo, questa immagine...


Ed oggi mi trovo io a fare lo stesso!

Oggi che loro stanno non so dove, non so se mi osservano. Io porto nelle mie mani, nella mia manualità, la loro eredità. Oggi nel mio foderare un semplice dizionario, loro vivono, insieme, uniti come sono stati per 40 anni, nelle mie mani che tagliano la carta, posano il nastro adesivo; ora che scrivo sulla copertina il titolo e scopro che riesco a scrivere bene, ordinato e dritto, come mai allora sarei riuscito ad immaginare.


Mentre lavoro e fodero, rivedo loro, senza provare dolore né malinconia; è come se stessimo insieme, al tavolo a parlare, con un the caldo da bere, raccontandoci questi anni passati lontani, eppure in cui nelle nostre memoria c'è sempre stato dello spazio riservato, per gli altri. Ci si racconta quello che si fa ora, racconto loro quella che oggi è la mia vita, ne sono quasi orgoglioso, come lo ero quando avevo i calzoni corti e mostravo loro cosa sapevo fare, mostrando me, ed offrendo il mio amore di figlio.

Il lavoro manuale, anche semplice, anche normale, abitudinario, porta la mente a lavorare: mentre lavori pensi e non stai a dannarti per le mille difficoltà che fanno comunque parte della normalità di ogni giorno, in quel momento, in quel modo, vivi, riesci a sentirti te stesso. Sei presente al momento. Si dice che sia qualcosa che ha a che fare con lo zen, non lo so bene, ma so cosa questo vuol dire, cosa significa vivere questi momenti.

E mi piace.


Scriverò su questo argomento, parole su un foglio, ripensando e fissando quel calore che mi è stato donato foderando un dizionario.

Mia figlia non ha avuto questa fortuna. Lei è nata quando esistevano le copertine già pronte. Di libri con lei ne abbiamo foderati pochi, non le ho trasmesso quello che è stato donato a me. Lei non ha avuto questo stesso regalo, forse ne avrà altri, differenti. Le auguro, un giorno di avere, però, lo stesso calore dentro, di ricevere lo stesso bene che oggi ricevo io.

Questo importa.


Prendo un foglio bianco, scrivo al PC, metto le parole in fila, il mio racconto comincia qui...ora.



domenica 18 settembre 2011

Buono, selvatico, sacro

Sto leggendo "La pratica del selvatico" di G. Snyder ed un pezzo particolare mi ha colpito.

….

Nella sterile bellezza dei prati innevati sulle montagne e sui ghiacciai nascono i piccoli corsi d'acqua che irrigano i campi del business agricolo della grande Central Valley in California. La salita del pellegrino della wilderness lungo un sentiero, passo su passo, respiro per per respiro, a questi campi innevati, portandosi tutto in spalla, è un insieme di gesti talmente antico da riportare in noi un profondo senso di gioia del corpo e della mente.

…

Naturalmente non vale solo per chi fa escursioni in montagna. Succede lo stesso a chi va in barca nell'oceano o risale fiordi e fiumi con il kayak, a chi cura l'orto, sbuccia l'aglio, oppure sta seduto in meditazione su un cuscino.

Il punto è avere un contato intimo con il mondo reale, il sé reale.

Sacro si riferisce a quanto ci aiuta (non solamente noi esseri umani) a uscire dai nostri piccoli “sé”, per entrare nel mandala dell'intero universo di montagne e fiumi.

Ispirazione, esaltazione e visione non si esauriscono appena si mette piede fuori dalla chiesa.

La wilderness come tempio non è che un inizio. Non bisogna crogiolarsi nella peculiarità dell'esperienza straordinaria, né sperare di abbandonare il pantano della politica per entrare in uno stato permanente di accensione visionaria.

Il miglior proposito di questi studi e di queste escursioni è saper tornare giù in pianura e vedere tutta la terra intorno a noi, quella agricola, suburbana, urbana, come parte dello stesso territorio, mai completamente distrutto, mai completamente innaturale. Si può restaurare, e gli uomini potrebbero vivere in gran numero su buona parte di questa terra. Il Grande Orso Bruno cammina insieme a noi, il Salmone risale la corrente con noi, mentre camminiamo per le vie di una città.

(G. Snyder “La pratica del selvatico” pagg. 111-112)



Credo sia da riflettere su quello che significano alle volte le nostre vacanze, non solo, fuga, evasione, come ci è stato "insegnato" a fare e come viene instillato nei nostri cervelli. Bensì vera ricerca, in se stessi, per ritrovare qualcosa di perso nei secoli, nello scorrere di questa civiltà in declino che ci ha allontanati dalle nostre radici vere.
Se ripenso alle mie vacanze di quest'anno, pochi giorni in Val Camonica, scopro, che senza volerlo, senza accorgermene, ho cercato questo: sono andato a piedi a cercare queste tracce, annusare, frugare, con lentezza e attenzione, alla ricerca di qualcosa che avevo perso, e... forse sto ritrovando...

L'istinto del selvatico sta riapparendo... per fortuna.





sabato 10 settembre 2011

Colazione e vita.



Vivo in una piccola cittadina del litorale romano, ma questa mattina non sono vicino al mare, bensì fra le colline che circondano una delle città più calde d’Italia, in una casa dove sono ospite.


Sono due giorni che ho iniziato a leggere il libro di Gary Snyder, “La pratica del selvatico”, e sto anche approfondendo alcuni scritti sull’ecologia profonda di Mario Spinetti e sulle modalità di vita di origine “nativa americana”.

Non credo affatto che sia stato un caso, bensì voglio credere una conseguenza di una sorta di ”risveglio” di qualche piccola, iniziale, parte della mia “selvaticità”, forse una conseguenza dell’avere ieri fatto il viaggio in treno cercando di osservare dal finestrino le varie colline o la piana, che via via scorrevano, con spirito diverso, considerandole o cercando di farlo, come se osservassi finalmente, qualcosa di vivente, di realmente vivo, come se avessi davanti allo sguardo non un mondo inanimato, bensì altro, una vita! Addirittura, mentre dietro al vetro del treno scorrevano immagini su immagini, mi accorgo di “stare chiedendo scusa” a Lei, per quelle cose che vi vedevo: strade asfaltate, campi incasellati e costretti tra confini, ferite che la nostra necessità di umana di organizzare la vita a nostra misura, tutto questo l’ho avvertito come qualcosa di cui entro me stesso, mi sono scusato benevolmente, senza sentirmi in colpa, ma pur volendoLe manifestare la mie scuse.

Dopo questo mio venire qui in questa maniera, stamane mi sono ritrovato a fare colazione diversamente dal modo in cui la faccio tutti i giorni, preso, entro me stesso, dalla fretta indotta da dove vivo e da come vivo …

E mi sono scoperto a fare diversamente: pane abbrustolito sul fuoco, marmellata di mirtilli spalmata sopra, e lento assaporare e lento gustare del momento in cui mangiavo, quel vivere il momento, quell’immergersi nell’atto, quel gesto zen che mi ha fatto vivere diversamente un qualcosa che superficialmente è normale: una semplice colazione.

Un attimo, un lampo, una intuizione, questo è vivere, questo è qualcosa che è in collegamento con l’essenza del vivere, con l’esistere.

Un attimo, come il lampeggiare del fulmine, come un battito di ciglia, ma questo è bastato, questo è stato necessario e sufficiente, e questo ho messo nel forziere della mia esistenza.

Alle volte la vita si scopre in modo semplice e lineare, senza le complicazioni che noi mentalmente ci cuciamo, e quando questo accade, intuiamo l’infinità di quello in cui siamo immersi.


‘L’ecosistema locale ci parla, se sai ascoltare, ma devi prima imparare ad ascoltare bene in un posto, poi puoi andare in altri posti e la Terra cointinuerà a parlarti; la Terra non ti parlerà mai veramente se non hai imparato ad ascoltare bene in un posto in particolare’ (Gary Snyder, citato in Earth Festival di Dolores LaChapelle).


domenica 4 settembre 2011

Attracco


Erano quasi le sette del mattino oggi, era umido come ieri o forse di più. Ero uscito per sfuggire al caldo e per cercare di assaggiare un po' di silenzio del nuovo giorno e della calma che viene regalata ad ogni sorgere di sole fra le barche addormentate, dove l'odore di salsedine fa da sfondo alla cartolina del porto che ogni mattina vede una edizione nuova da offrire a chi sa vederla e comprarla col proprio cuore.


I passi risuonavano tranquilli sui ciottoli e gustavo lo sciacquio degli scafi ed i richiami festosi dei gabbiani che giocavano a disegnare una tela di fili scombussolati, nell'azzurro ancora grigio della notte appena sfocata.

Stavo arrivando alla fine del molo principale, quello più lontano e scomodo, dove le voci della città sono solo ricordi che svolazzano confusi e dove anche il suono delle campane di S. Rocco arriva in ritardo.

Due alberi ondeggiavano ed una schiena rossa di sole era piegata a disegnare un qualcuno che stava rassettando il marrone di uno scafo del 1988.

Era vecchia la barca, forse, ma era lucida e bella, di quel legno marrone, come le baite fra i monti che amo più della mia vita, quel marrone che mi fa molto casa e che mi dà la sicurezza che dietro ad esso non mi può accadere nulla.

I capelli lunghi e scompigliati, il sudore scendeva fra di essi e colava sul rosso della pelle della schiena, le braccia muovevano lente e ritmiche uno straccio che lento anch'esso portava a brillare anche dove di brillante non c'era nulla.


La barca era una di quelle vere, era una autentica, l'ho capito anche io che di barche non mastico nulla, ma l'ho sentito, e ne sono stato sicuro, solo nel sentire quello quanto da quella scena mi arrivava dritto al cuore.

Mi sono fermato quasi, ho voluto assaggiare ogni millimetro del quadretto ed ogni singolo colore, e i passi sono diventati fermi, come i piedi e la mente, irretita da una tela che poteva essere stato dipinta decenni fa, prima che qui arrivassero gli “Alleati”.


Ha avvertito i miei occhi e si è voltato.

Azzurro! Se l'era portato appresso dal mare che ieri aveva traversato, e l'aveva appoggiato nel suo sorriso.

Il vento era rimasto fra il grigio dei capelli e quello della barba e volteggiava tranquillo come lo sguardo che mi regalava.

Il sorriso era aperto, come quello di chi incontro in montagna. Monti e mare: la natura, quella non addomesticata, quella reale, quella di cui l'uomo è solo parte e non nemico o avversario, la natura ti riporta ad essere vero, e lo vedi negli occhi, lo senti dentro quanto ci si incrocia.

Lui è così: vero!

E ci sorridiamo e ci salutiamo. Si ferma nel suo riordinare la sua casa mobile, e mi chiede di salire. Io che ho sempre ammirato queste barche di legno, che le ho sempre viste come fossero dei camper del mare, con cui tracciare linee nuove ogni volta e che ti donano libertà reale, di non ripercorrere una strada già fatta, io ora salgo e gusto ogni momento che vivo qui sulla “Marina Mia 1988”.


E' un attimo e sul tavolo, a poppa, compare una coppia di tazze e beviamo e stiamo a parlare come fossero secoli che non ci si incontrava dopo avere fatto tante volte il giro mondo, ognuno su una sua linea personale. Abbiamo quasi gli stessi anni, lui qualcuno di più, è come se avessimo lo stesso DNA e come se dividessimo il pane da sempre. Le parole scorrono lisce, le risate e l'intesa viaggiano da un lato all'altro del tavolo come magia sciamanica, ed io mi trovo a specchiarmi nel suo azzurro mentre lui si rivede nel mio sognare libertà e fare progetti di vita in fuga dal mondo.

Escono foto, cartoline e libri: i libri sono il cibo che a me piace e che mi fa intendere i gusti altrui, e ne troviamo comuni: London, Rigoni, Slocum, Larsson, Vinci. L'aria si fa unica, si fa speciale, ho incontrato un fratello, lui anche lo sa.


Si parla e si beve, e la giornata entra diversa nei nostri cuori, e noi l'abbracciamo, l'accogliamo e la beviamo in modo nuovo, imprevisto eppure entusiasmante.


Mi racconta di sé, gli dico cose che pochi, di me sanno, e mi domando poi perché, mentre parlo, ma è un fratello, al fratello non nascondi nulla, anzi, apri il cuore, dopo anni di lontananza.

“Marina Mia” è la “sua” ed è andata via secoli fa, volata nel mare che lei amava come lui, innamorata del mare perché lui ne era innamorato, sorella del mare, perché lui glielo aveva messo nella culla.

Marina è altrove, fra i “quaranta ruggenti” ed il ghiaccio del Nord, fra le trombe di vento dei Caraibi e le nebbie delle Orcadi, fra la rotta dell'Olandese volante e quella dove Moby Dick fugge alla morte.

Marina corre nel vento e mette le vele sempre al meglio, corre col suo veliero e fa gare che nessuno osa, è pazza e vince sempre. Marina non la batte nessuno, nessuno riesce a tenerne il ritmo.


Mario a Marina la ama e la serba nel cuore e la segue, sente in radio dove sta e cerca di incontrarla nel porto di approdo, o sente la posizione e prova ad incrociarla, ma lei è troppo veloce, lei non si ferma mai.

Ed allora Marina è stata legata là, alla sua poppa, con parole di argento, che lui lucida ogni mattina e tiene sempre pronte, quando lei tornerà a bordo a visitare questo veliero che le deve una bottiglia di champagne.


Ci stringiamo la mano, i nostri occhi si abbracciano, l'azzurro vede il mio marrone e ci si intende e ognuno volta la schiena al fratello, sicuro che non ne verrà alcuna sorpresa.


Torno in città, lo straccio riprende a strofinare sul legno, le campane di S. Rocco segnano la messa, le pecorelle in fila entrano nel loro ovile, assetate di salvezza, e Mario continua la sequenza del suo rosario, in silenzio, masticando la speranza che Marina appaia all'imbocco del porto.


Ormai il sole sta inondando la cittadina e l'umido ha ripreso il suo posto sulla nostra pelle, il chiasso della vita “normale” si è riappropriato delle anime di noi tutti. Laggiù alla punta del molo, uno straccio lucida il legno chiaro, un gabbiano urla e si posa sull'acqua vicino a poche lettere d'argento, un'onda lunga venuta da un gommone accarezza il legno di una barca.

Chiudo il pennello nella scatola e metto la tela nella cartellina, i colori sono a posto. Mi abbasso all'acqua della fontanella, chiudo gli occhi, butto il viso sotto il getto, bevo mentre mi inondo di fresco e rivedo l'azzurro del cielo negli occhi di mio fratello.



Berto fra le rocce rosse


Ero salito sotto il sole, ma l'altitudine ed il vento fresco che spira a quella quota, mi avevano risparmiato il calore nel corpo ed, anzi, arrivato, avevo avuto quasi il bisogno di coprirmi. Lo faccio spesso quando mi fermo, sono sudato, il sudore si trasforma subito in gelo sulla schiena e mi copro: l'ho imparato dai primi anni in montagna, quando mio padre mi diceva di farlo e non capivo.

Mi ero messo da una parte a mangiare, schiena attaccata un masso, pochi biscotti e acqua; porto poco appresso, quello che porti pesa e allora metto poca roba nello zaino, mangio quello che serve, niente di più, meglio una bella birra al ritorno a valle.


Pochi stavano là, al Passo dei Contrabbandieri, sono circa mille metri sopra al Tonale. Non sono tanti quelli che scelgono la fatica senza un ristornate dove andare poi a sentirsi bravi. Su molti sentieri, il turista fatica, sbuffa, suda, arriva magari senza fiato, poi con le gambe sotto al tavolo, riprende vita e si riempie di cibo, sentendosi in diritto, vista l'impresa compiuta.

Là non c'è ristorante, solo quello che ognuno si è portato nello zaino, e la gente, allora, è veramente poca: quello che piace a me.

Nessun chiasso, solo il vento e il sole e qualche corvo, e.. qualche chiacchiera, ma benvenuta.


Sento una voce con un accento emiliano, almeno questo credo io, che vengo dal sud, e sento una frase che mi colpisce: “Penso di avere il diritto di tirare un po' i remi in barca, ora a 80 anni!”

Cerco con gli occhi chi sia a dirlo. Vedo un torace esposto al sole anche se già bello marrone, quasi fossimo a Riccione e vedo una massa di bianco sulla testa. Lo invidio dentro me, non lo dico, sono là da solo e lo penso parlando col mio “me stesso” nascosto.

Sento che ancora parla e mi godo la musicalità del suo accento.


Quando riprendo a salire verso altra cima, gli passo accanto e gli faccio i complimenti, io che non attacco discorso quasi mai! “Ho sentito la sua età! Le faccio le congratulazioni...” Lui mi regala un sorriso inaspettato, come inaspettato è stato il mio dono a lui.

Sta intrecciando dei piccoli steli verdi, con fiorellini. Mi ferma un momento, stavo proseguendo e parliamo. Poche parole. Improvvisamente sento questo Uomo vicino, amico, sento che qualcosa di diverso ci unisce, quassù a 2800 metri.

Poi mi regala quel che sta facendo: “Lo prenda” mi dice. E mi porge una specie di coroncina di erbe con fiorellini gialli e celesti, una specie di corona di alloro in miniatura. “la porti alla Sua bella!” aggiunge, io arrossisco imbarazzato.

Lo ringrazio, mi sorprende.

“Me lo insegnò mio nonno, combattè qui per due anni”. Faccio due conti, il nonno avrà avuto forse vent'anni o poco più allora, nel 15-18.

“Era un alpino, combatteva con il Battaglione skiatori eppure intrecciava fiorellini per la sua amata! Mia nonna!” aggiunge e vedo come sorride e ricorda.

Immagino quell'uomo rude che stava là a salvare la pelle ogni giorno e che intrecciava piccoli steli verdi per colei che lo attendeva chi sa dove, lontana ed in pena d'amore.


Quei fili verdi erano il loro telefono, il legame che lui intrecciava ogni giorno, forse di notte, nei turni di guardia e che nel tempo diventava sempre più forte.

“Pensi non mi ha raccontato molto della Guerra, ma mi ha insegnato questo, che ogni volta che sei solo, se pensi a chi ami, ti senti meno solo e se fai qualcosa per scrivere il tuo amore, ti senti meglio. E lui faceva queste piccole coroncine e le mandava a casa alla nonna, con le sue lettere, lui che non sapeva scrivere bene.

Io ho fatto lo stesso per anni nei miei giri. Oggi li faccio ancora ma non ho più a chi darli. La mia amata non c'è a riceverli, quando li intreccio li regalo tutti.”

Apre la mano con la coroncina bella e delicata, il palmo aperto, le righe nella pelle indurita, eppure aperta a donare!

E' segnata dal sole la sua pelle, gli occhiali scuri nascondono gli occhi, ma giurerei che qualcosa scorre dalle palpebre che si riparano dal sole, forse un po' di umido...

I miei non nascondono nulla, si bagnano di emozione e le lacrime scendono, un nodo mi afferra alla gola e non so dire altro che “Grazie!

Il resto lo dice il cuore e sono sicuro che lui lo sente, e capisce.

Ci stringiamo la mano, una mano che è forte e che trasmette tanto ancora, la sua, la sento ancora adesso che mi ha lasciato la fiducia e anche qualcosa d'altro.


Riparto, cammino lento, ingoio e deglutisco e mi riprendo solo dopo un po'. Gli steli verdi ed i fiorellini sono custoditi nel libro che porto con me dove scrivo quello che mi viene nel mio girare da momenti come questo.


Stanno qui ora, accanto al pc mentre scrivo, li ho messi dentro una quadretto, ci ho fatto una cornice di corteccia, in onore a Berto, quel signore che me li ha donati e che ripete gesti ereditati da un nonno alpino che fra quei sassi rossicci è sopravvissuto per due anni.


I vecchi non ci donano solo ricordi e malinconia alle volte, certi di loro ci danno cose che non hanno valore apparente, eppure riempiono il cuore di bene, e queste tradizioni che nessun libro riporta, perché non sono ufficiali, sono quelle che ce li fanno ricordare per sempre.

I fiori sono secchi ora, ma il loro colore è ancora lo stesso. Il mio ricordo è vivo e l'umido che ho intuito sulle gote di Berto è quello che me lo fa vedere anche ora, come fosse qui. Ci si vede pochi minuti, in un posto sperduto, ci si trova dopo anni di vagare e ci si scambiano poche parole, eppure quelle molliche di tempo formano cibo per l'anima che ci nutre molto più di tanti pranzi.


E la moglie di Berto sicuramente, da dove poteva osservare il marito suo amato, lo avrà amato ancor più, orgogliosa di quell'uomo indurito dal sole che ancora, dopo tanti anni, intreccia fiori per lei e li semina per il mondo.



sabato 20 agosto 2011

Vai Pirata !… NO, meglio: Vai Marco !


Sul tornante mentre ero attento a guidare (lo strapiombo di sotto mi convinceva a farlo con una certa attenzione!), gli occhi hanno visto sfuggire, rapida, una frase scritta sui sassi che fanno da massicciata: “Vai Pirata!”, poi è arrivato rapido il rettilineo che segue ogni tornante e la mente si è concentrata sulla guida, ma la memoria l’ha fissata quella curva ed anche quelle parole.

La strada del Passo Gavia alle 9 di ieri non era trafficata, per fortuna!.. chi ha salito il Gavia, che sia in auto, che sia in bici, sa bene che in certi tratti è preferibile non incrociarsi con qualcuno che va in senso opposto, e si spera che sia così ogni volta. Ma la memoria riandava a quelle tappe del Giro, che allora seguivo in tv, perché erano quelle dove c’erano le salite e si vedevano luoghi che mi ricordavano posti che appartengono alla mia adolescenza ed anche al dopo, e che facevano stare anche me, là, su quei pendii erbosi, a seguire i ciclisti che salivano con fatica, in mezzo a panorami che solo chi li ama sa che cosa siano per chi li possa osservare.

Poi una volta, quasi improvvisa, senza preavvisi, una tappa che seguiva i corridori su un passo mai sentito, allora: il Mortirolo.

Credo che fosse Indurain il forte, l’asso del momento; un giovane, non affatto famoso, almeno per me che il ciclismo lo seguo pressoché per niente, fece una cosa incredibile, salì quella strada, che portava al passo, con pendenze che alla tv non rendevano l’idea, ma che ieri salendo in auto, ripassando su quei tornanti che già avevo percorso 5 anni fa, e scalando le marce, vedevo in tutta la loro difficoltà, per le gambe e la testa di un essere umano in bici; questo ciclista che si chiamava Marco Pantani, diede un distacco notevole su quei pochi chilometri, all’asso del momento e divenne qualcuno che in molti amarono e credo anche oggi amino ancora.

Non ho amato il sopranome “il Pirata”, non so perché, forse perché l’ho iniziato a sentire di più quando Marco era già diventato lui l’asso, per me è ed è sempre stato Marco Pantani.

Su una curva del Mortirolo c’è uno striscione, un po’ rovinato, ma che voglio credere sia stato messo da qualcuno che Marco lo ha amato veramente, anche questo l’ho visto di sfuggita, (accidenti a quando devo guidare!), più o meno dice: “Marco ti abbiamo lasciato morire abbandonato e solo…” e poi l’ho perso.

Non credo che l’uomo sia stato abbandonato, ma certo è stato macinato e poi stritolato, in un meccanismo che oggi fa di ogni cosa bella che appare nello sport, qualcosa su cui ci si deve guadagnare; sta alla persona non farsi coinvolgere e credo sia difficile.

Però ripenso a quelle prime volte in cui ancora Pantani non era un asso nel vero senso della parola, era la speranza di vittoria contro i forti del momento, era quello spirito a cui l’uomo qualunque italiano si attacca per avare il suo momento di gloria, tramite l’azione dell’altro: era l’Italia che batte la Germania 4-3 oppure che nel ’82 vince i mondiali e fa saltare sulla sedia anche il vecchietto Pertini, era il Fiasconaro che fece sognare di avere trovato un quattrocentista di valore internazionale, era il Panatta che infilò Internazionali di Roma e Roland Garros ma senza mai farci sentire, a noi che seguivamo in tv, sicuri dell’esito, sempre in forse, sempre in ansia…fino alla vittoria finale.

Oggi non è più così, oggi hai l’asso, anche in Italia, la Pellegrini che vince sicura e che quando non è più tale molla tutto, per i soldi di altri lidi, è la squadra che vince lo scudetto imbottita di stranieri, eppure è un club italiano.

Quel Pantani era italiano, era qualcuno che diede emozioni e che credo, non sia inquinato, nel ricordo, almeno non nel mio, dall’altro, dal Pirata che si lasciò stritolare e schiacciare dopo, da ben altre cose.

Oggi ripercorrere i 32 tornanti del Mortirolo mi ha riportato ad allora e mi ha ridato quei momenti di emozione e non con malinconia, ma con gioia, perché sono stato fortunato, li ho vissuti. Oggi il Giro non lo seguo più, dopo di allora, le cose sono diverse, almeno per me, ma osservare di sfuggita, su quel muretto della strada del Gavia, l’incitamento a lui, Marco, ha donato qualcosa di più al panorama impressionante, verso la valle, che alla mia sinistra si sfilava via via che salivo, faticando, seppure con un motore sotto al sedere verso i 2600 metri del valico.

Sono così le cose belle, le rivedi, le rivivi, le riassaggi e anche a distanza ne risenti il sapore, l’aroma, come quelle musiche che anche dopo venti o trent’anni ti emozionano o addirittura ti fanno spuntare le lacrime.

La fortuna è averle potute assaporare anche in passato e goderne oggi nella memoria, senza malinconia, ma con la stessa piacevole emozione.

E’ bastato gettare lo sguardo su una scritta ad un tornante per darmi questa.

Chi sa quali altre mi riserva il futuro…


sabato 6 agosto 2011



E' una estate tranquilla, fino ad oggi non si smania di notte, anzi, ci si copre, e questo mi fa amarla, quest'estate, mi fa apprezzare anche il caldo, io che del freddo mi nutro, e che dal caldo mi faccio riportare ad atmosfere di confusione e cattive sensazioni.

Mi sono alzato, ripreso dal rilascio completo di me stesso nella notte, sono venuto a farmi la tazza di caffé con cui gusto il tornare a me stesso. Non ho buttato subito lo sguardo fuori dalla finestra, anche se il terrazzo è aperto, se nulla poteva impedirlo. Avevo ancora nella testa il mio stare fra le lenzuola, lasciando che la mente vagasse nel blu, fra sprazzi di nuvole, per poi gettarsi in picchiata su colline o montagne e rasentasse l' acqua dell'oceano assaporando il vento della velocità con ci volava intorno.


La gatta miagola reclamando il suo diritto, il suo volere attenzione e amore e cibo; si strofina e parla, mi guarda e le getto una carezza, la afferro e la porto a me, al cuore, per farle sentire che batte anche per lei: siamo uniti ormai, oltre un anno di vita sotto le stesse giornate.

L'occhio avverte il grigio, avverte meno luce del solito. E' estate, il sole sorge presto, sono abituato a trovarlo già all'opera quando mi alzo io: avvolgere le cose, delicato e silenzioso, carezzare le anime mentre ancora cercano la dimensione del giorno che le invade.

Oggi non lo sento smazzettare in giro e volgo gli occhi al cielo: è grigio.

Non piove, non è autunno, è estate, eppure c'è meno luce: c'è la nebbia!


Gioisco dentro me, quella parte malinconica e triste che ama il silenzio e la quiete e che ascolta il respiro di ciò che vive, gioisce e si gode questa scoperta.

Il bambino che scarta i regali di Natale, così per una frazione di tempo mi sento io.

La osservo, la carezzo io ora, la assaggio, la nebbia.

E' nebbia d'estate, non porta pioggia, non è quella che “...piovigginando sale” e spinge a chiudersi in casa per ripararsi dal freddo, ma è pur sempre nebbia, è tranquillo silenzio, per me.


Quando cambi le lenzuola sul letto, ne metti di pulite e profumate (il profumo di pulito è una cosa che ci fa impazzire a noi moderni, senza di lui, pare non ci sia pulito vero...), vedi le lenzuola abbracciare il materasso, coprire eppure carezzare, vedi coprire con dolcezza e già pregusti anche il tuo goderne. Così questa nebbia che carezza la mia anima come la casa di fronte, l'auto solitaria che scorre nella strada poco lontana come il gatto che nel cortile sta sonnecchiando ed aspetta la sua realtà: il mangiare dalla padrona, dopo la notte.


I rumori affondano nella nebbia, lei li assorbe e li restituisce cambiati, addolciti, anche smussati, come quelle immagini dove tutto è diverso e gli spigoli non esistono e ogni cosa si fonde all'altra pur rimamendo immagine ben chiara. Così la nebba mi rende questo regalo d'estate e me ne rallegro dentro.


Più tardi il sole verrà a spazzare questo sporco che inquina l'estate dei villeggianti di città, verrà a rimettere le cose a posto, come il ristoratore che rassettta la tavola, leva le molliche e toglie lo sporco, quando ti siedi per fare il tuo pasto e lui prepara la tua tavola.


Ma sarà dopo, sarà fra un'ora, forse due, forse oggi non verrà per niente, farà riposo, chi lo può dire.

Intanto assaporo questa, ascolto questo silenzio, lentamente e gradualmente infranto dai rumori della cittadina che torna in sé nel nuovo giorno che viene messo in campo.

Io gusto di questo e metto nello scrigino del cuore. Regali la natura me ne fa, sono preziosi e valgono vite intere passate a correre, me ne rendo conto sempre più e quindi metto da parte l'emozione, accarezzo il cuore che si scalda di questo, e continuo a impilare giorni, masticandoli più lentamente e scoprendone il sapore in ogni angolo, scoprendo che ogni cosa, di sapori, ne ha mille, nascosti, mai notati, e che oggi io ne riconosco alcuni di più che un tempo.


La malinconia non mi rattrista dentro, ma mi rallenta, mi placa i pensieri e me la sento amica. La nebbia copre anch'essa, e mi restituisce l'immagine del mondo addolcita di sé.


Ogni cosa ha mille volti, possiamo vivere mille anni e sempre ne troviamo di nuovi.

Spero di avere sempre spazio nella libreria del mio cuore, non ne voglio perdere uno, valgono tutti.