venerdì 7 dicembre 2012

Creatività


Oggi sono entrato in un negozio in cui non vado spesso, ma che amo particolarmente. La proprietaria che lo gestisce con una passione tangibile e affascinante, ha creato un piccolo spazio dove regnano fiori, finti, ma bellissimi e non smorti come quelli finti tradizionali, oppure piccoli pupazzetti, fate, realizzazioni di vetro di Swarosky e non, ed ogni altro tipo di oggetti, direi piuttosto piccoli, ma che emanano una grazia, una armonia in loro e tra di loro tutti. Il negozio delle Fate direi e credo si chiami, realmente!

Ero là perché volevo qualcosa per mia figlia. Tra due giorni compie vent'anni! Vent'anni si compiono una sola volta nella vita e passano, e non tornano, e come le ho scritto si celebrano forse più dopo, quando ci si ripensa, quando tornano alla mente: un periodo, un'epoca, avvenimenti, luoghi, fatti che rimango in noi scolpiti.

Lei non vuole festeggiare.

Nel tempo ha imparato a non farlo, come feci anche io a suo tempo. 
Un po' non siamo delle persone che fanno le feste come si usa fare oggi. Un po' non ne abbiamo la possibilità economica. E poi io stesso non ricordo i miei vent'anni, né i miei compleanni li ho mai festeggiati in modo particolarmente solenne, anche se mi fa piacere trascorrerli in modo adeguato.
Mia figlia forse con questo esempio, forse per altri suoi motivi che non mi ha inteso spiegare, non vuole celebrare questi vent'anni. E così sarà.
Ma.... mi accorgo oggi, io che di anni ne ho ben più dei venti suoi, che alle volte, vado a ricercare oggetti, ricordi, momenti riposti nella memoria, musiche o profumi messi da parte e che mi riportano ad altri periodi, giorni, anni, vite fa... Oggi che sono grande, che sono sulla strada di compiere il giro, oggi apprezzo quel che di un certo tipo di passato, e di vissuto, ho ancora.

Allora ho voluto fare questo, trovare un oggetto che un domani a mia figlia, forse, se anche lei si troverà a percorrere una strada simile alla mia, possa servire a ricordare a rivivere e ritrovare fili sepolti e messi da parte, per esser conservati. Un oggetto non che serva a ricordare mamma e papà, bensì la sua vita, un suo periodo, un suo compleanno, o un'era che oggi vive e che mette da parte e che domani forse, vorrà almeno rivedere come un vecchio film di cui sorridere o tornare a gustare scene, odori, profumi, musiche, pezzi presi qui e là.
Ed ho trovato.
Un cesto di fiori, che a mio gusto (quando si sceglie un regalo è difficile avere veramente il gusto di chi lo riceverà) e mia intuizione che possa piacerle, che possa stare là, nel tempo a vederlo scorrere, osservarlo dipanarsi e abbracciare la vita di lei, mia figlia, per essere pronto, forse, se così sarà, un domani, a riavvolgersi e proiettare di nuovo quei fotogrammi che a lei possano piacere o voglia rivedere e.. rivivere, forse....

Nel comprare l'oggetto mi sono fermato a parlare con la proprietaria del negozio, ed abbiamo scoperto che né lei ha mai pensato in passato a fare quel lavoro, né, io che oggi mi sento anche artigiano del legno, anche se di tipo molto particolare, ho mai pensato a svolgere la mia attività. La creatività e soprattutto il piacere di qualcosa che mentre lo si fa si dà serenità, piacere, ci si mischia dentro, nell'animo, qualcosa di diverso da attività che si possono svolgere anche bene, ma che non ci coinvolgono dentro, questo abbiamo scoperto, rispettivamente.
Ci siamo messi a discorrere di una mia idea che mi veniva mentre ero nel suo luogo fatato: delle cornici fatte di legno e sughero, come uso fare io e che avrei dotato di alcuni suoi fiori o addobbi e là la mia mente ha iniziato a lavorare, silenziosa e senza dare nell'occhio.

Oggi pomeriggio, nel dormiveglia della mia siesta pomeridiana, idee come acqua da una fontana: cornici, possibili quadretti, possibili composizioni di legno e fiori, e così via.... mi sono scoperto a stare sotto un vero getto di idee come se fosse, realmente acqua di fontana, e questo mi ha svegliato del tutto, eccitato, reso vigile e sereno, mi ha fatto sentire bene.
Quasi ho dimenticato i problemi e gli ostacoli che ogni giorno, come in un barrage, affronto e vivo, i dolori e le sofferenze che condiscono la mia strada quotidiana. All'improvviso è come se un pennello avesse dipinto di colori vivi e belli questa mia realtà: la mente creativa, la fantasia e l'inventiva, tutto si era coalizzato e unito per farmi sentire quel che ho vissuto.

Sono alcuni giorni che ho staccato la mia spina dal PC, ho deciso che non gioco online, che la posta email la controllo meno, insomma mi sto riappropriando del mio tempo, del tempo che è mio e che baratto in cambio di apparente distrazione, al PC.
La mente, il cuore, e l'anima stanno rispondendo subito, tornano a vivere.
Io sto tornando a vivere.

E questo alla fine, è l'unico vero e immenso risultato che conti, il resto è solo apparenza e fumo....

domenica 2 dicembre 2012

Storiella politica

Non ce l'ho fatta, primarie, ballottaggio... è troppo per me, anche se non ho seguito nulla in TV, ma è troppo, e qualcosa l'ho voluta scrivere, per me, da me e solo con me stesso... ovviamente se la pubblicassi da qualche parte seria e non su questo blog sconosciuto, verrei tacciato di qualunquismo, si deve combattere, si deve andare in trincea, si deve tornare a combattere....

certo....

Ma combattere è ben altro, partecipare e vivere una vita, anche sociale è ben altro che andare scrivere un nome di un pupazzo su una lista che non mi rappresenta e.. regalargli anche DUE euro...

Per cui almeno scrivo questa storiella....
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I soldati sono in fila per ricevere il rancio nella gavetta.
Una fila ordinata, si parla, si ride, ci si svaga, mentre si aspetta e lentamente si va avanti. Ma i soldati sono soldati, sono abituati ad aspettare a fare quel che gli si ordina, finanche sacrificare la vita, in tanti modi: lasciando la famiglia a casa per andare a combattere i cattivi, tenendo per sé i segreti militari di cui sono al corrente, uscendo dalla trincea sotto il fuoco nemico, pressoché certi di venire ammazzati, ma orgogliosi, di offrire quello che hanno di più prezioso, la Vita, di morire per l'onore, per seguire gli ordini ricevuti: i soldati sono soldati, per questo servono e si usano.

Gli hanno detto di fare la fila, di aspettare, di fare quel che c'è da fare, e loro obbediscono, da bravi soldati.
Fa freddo, piove, si aspetta, ci si è svegliati presto stamani, ma il bravo soldato ubbidisce e non pensa, non deve pensare, è un soldato! A questo serve, serve gente che non pensa e che si possa sacrificare.

Dopo, con la gavetta piena di brodaglia che fuma, ma che non sa di molto, con lo stomaco che brontola per la pancia, perché la brodaglia Non lo ha sfamato, il soldato, il bravo soldato, torna in camerata, si stende sulla branda, chiacchiera con l'amico della branda accanto. Si parla, e piano piano si va a vedere che la brodaglia non era proprio buona, che anzi faceva quasi schifo, che questa vita da soldato fa schifo, ma si è soldati, si deve ubbidire, senza fiatare!
E' la naja che è uno schifo, è essere soldati, ubbidire, essere trattati da soldati, essere comandati, tutto questo fa schifo, il soldato lo sente dentro se stesso, lo dice all'amico, e concordano. Vorrebbero andarsene, fare altro, tornare a fare i lavori in casa nella terra dei genitori, a badare alle vacche, a fare cose semplici, a Vivere.
Sono d'accordo, se solo fosse possibile lo farebbero!

Ma arriva il sergente, urla un ordine e tutti scattano in piedi e sull'attenti, sono soldati, i soldati ubbidiscono, in silenzio.

Inquadrati, si torna sul piazzale, al freddo, in fila per andare al cesso, come si fa sempre nelle caserme. Piove ora, si sta in fila e si aspetta sotto la pioggia e al freddo, ma i soldati fanno anche questo e i bravi soldati lo fanno sempre, fino alla fine.

Gli hanno ordinato di farlo, sono stati in fila, due settimane di seguito, al mattino presto, smadonnando perchè erano tanti e magari dovevano aspettare. Hanno anche regalato due euro al loro esercito, perché così gli è stato detto, ordinato, e loro, illusi di fare una scelta di libertà, hanno votato, hanno pagato, hanno fatto la fila per farlo.

L'esercito ora è contento, ha chiamato a raccolta tutti i volontari/obbligati e questi hanno risposto all'ordine. Addirittura ad alcuni che avevano altri ufficiali è stato detto di ubbidire a questi generali e loro... hanno ubbidito, ogni soldato sa ubbidire e lo fa sempre! Pur se mugugna...

Le pecore sono un gregge, sono tante, i montoni hanno anche le corna, sanno incornare, ci vai tu e ti possono anche correre appresso. Ma... arriva UN CANE, UNO SOLO, o due al massimo, e magari cinquanta pecore corrono via, ubbidiscono e vanno dove il cane le spinge. DUE cani, cinquanta pecore!

Milioni di persone sono morte illuse di fare la cosa giusta: hanno dato la vita, perché altri ne fruissero. Pochi ufficiali hanno portato alla strage milioni di soldati. I soldati sono milioni, sono tanti, ma ubbidiscono, gli hanno insegnato a ubbidire e loro questo fanno.

Sanno bene, i soldati che scegliere un generale o un altro non cambierà nulla, i generali sono corrotti tutti, si cambiano divisa, parlano, usano parole diverse, apparentemente nuove, ma sono sempre loro, generali corrotti. Ma i soldati ubbidiscono, alcuni addirittura sentono la nostalgia delle battaglie, dell'odore del sangue, quando si andava all'assalto, dei vecchi tempi....

Li continuano a prendere in giro, e loro, ubbidiscono, perché i soldati solo quello devono fare: ubbidire e non pensare!

Che poi sia una trincea o andare a votare alle primarie... scimmiottando il Paese lontano che le primarie le ha inventate.... fa lo stesso.... ubbidire e non pensare.... illusi di scegliere!

Ahimé.

martedì 20 novembre 2012

Il vero cambiamento




Ho iniziato a fare esercizio, devo dire assolutamente piacevole, per riappropriarmi del piacere di Vivere.

Oggi sono tornato dal mio lavoro, e senza che nulla di speciale fosse accaduto, all'improvviso, le parole che seguno mi sono sgorgate spontanee, nella mente, le ho scritte ed inviate ad un amico:

“ La meraviglia ed il piacere di tornare in casa e sentirsi in pace con poco e di nulla. Il piacere di fare le coccole alla gatta mentre ti spogli e godere delle sue fusa, di cuocerti “soltanto” degli spinaci in padella ed in cui metti del parmigiano, dei pinoli e della panna, e che accompagni con pane di Lariano e Chianti...
Tutto nel silenzio che ti fa da concerto ai pensieri che dipani entro te stesso, mentre senti l'odore di ciò che prepari che si spande lentamente.
Mentre entravi in casa gocce di pioggia iniziavano a carezzare le case e le persone, e tu, ora sei nel “calore” del tuo semplice, banale, umile, nido... o tana …
Ricco di qualcosa che vale più di mille tesori, ma che non ha nome, né contorni, eppure tu senti di averlo...
La Vita è solo fatta di tanti piccoli silenziosi momenti: ognuno va solo vissuto...”


Credo che questo sia un passo essenziale, e perlomeno per me lo è.



sabato 17 novembre 2012

Nel buio lo sciamano intravede la luce


Nel buio della notte, mi sveglio improvvisamente, mai saprò se si tratta del raffreddore o della tosse, o di altro. Ho la sensazione che sia la seconda ipotesi, ma chi ha certezze assolute in questa vita?
Non ha importanza, importa seguire il filo, quella sottile traccia di luce, o di profumo, che mi suggerisce la direzione della mente.
E la mente segue, docile, in questo momento, almeno all'apparenza, governata da me e non cavallo pazzo, autonoma ed impossibile a dirigere, come durante la luce del sole.

Mi alzo, gli occhi sono aperti come di giorno, eppure attorno tutto è silenzio, il sonno regna fra gli umani. La gatta mi scruta, si strofina, sento le sue fusa, poi torna ai piedi del letto, caldo, dove ama avere il suo regno.
Mi alzo, gli occhi sono aparti, ma non come quando c'è il sole.
Ragiono, ma non normalmente.
Ragiono...? a che serve dire che “ragiono” ? Che senso ha volerlo a tutti i costi? In realtà sto seguendo la traccia, avverto che devo, voglio andare, seguire , e lo faccio, non mi curo del come e di dove mi conduca.

Scrivo, al computer che ormai è il mio taccuino. Non sono provetto a farlo svelto, eppure, nel buio, le dita trovano i tasti come non faccio col sole, le parole sgorgano come torrente di montagna, quei torrenti di cui amo sentire lo scroscio amico quando li avvicino nel verde. Il filo si sviluppa, chiaro, semplice. Scrivo e capisco, mentre scrivo si chiarisce cosa, e sento che mi sto aprendo a qualcosa che non so cosa sia, ma lo sento chiaro, ne sento la potenza, il chiarore come di un alba che fisica non è: alle tre del mattino il sole è ancora un ricordo di ieri.
Riprendo tutti i pensieri che prima, nel letto stavano là, accavallati, accalcati e pronti ad uscire, come paracadutisti in fila per lanciarsi nel vuoto. Ora escono tutti, e la linea si fa chiara.

Nel buio mi sento come se avessi la luce, ma non di qualche verità come quelle di cui ormai è troppo intasata la vita di tutti, una verità più intima, semplice, reale, la mia. La mia piccola e banale storia diventa più semplicemente chiara.
Mi tornano episodi, ritorna il ricordo anche del passato remoto, anni dietro, secoli fa della mia infanzia e ne scovo particolari, ne vedo piccoli momenti, li vivo come fossero qui e li trovo nuovi eppure noti: tutto è diverso, tutto è nuovo, eppure già era noto.

Lo sciamano che è in me sente chiare certe cose, vede cose che il sole mi offusca, sono un morto vivente che cammina fra apparenti vivi, sapendo dove cercare. Ma io non cerco la morte, bensì la Vita, quella vera, che al sole viene nascosta dal clamore, dall'abbaglio, dal caos, e la vedo ben chiara, la seguo, la sto pedinando. Non sono affatto morto, sono morto a quella vita, che chiamiamo così perché ci è stato insegnato, ma avverto e vedo questa come Vera, nessuno me ne leverà mai più la certezza, lo so!

Trascorre il tempo, lento eppure come lampo, mi ritrovo a vedere che la notte forse sta iniziando a scemare, e torno a riposare, a svolgere la routine giornaliera.

Ormai un dado è stato tratto, non si torna indietro, non più, le legioni hanno le navi bruciate e si va solo avanti verso la Vita. Sorge il sole in questo novembre del litoarle romano, e un vago sorriso mi si disegna nello sguardo o nel cuore mentre preparo il caffé del mattino: “good morning..sciamano..”


martedì 13 novembre 2012

Tempesta


Sento prurito al braccio, alzo la mano e mi gratto. Decido di di pulirmi le braccia o le gambe, le lavo, dopo averle insaponate, le sciacquo, mi strofino. Tutte azioni i del tutto normali, del tutto quotidiane.
Le osservo dall'esterno, anche da un punto di vista dove possa fare una sorta di zoom, di ingrandimento, e vedo delle parti di me, molto grandi, che vanno ad agitare peli, piccoli e fini peli, li spostano anche direi con una certa violenza, per poi pulirli e rimetterli a posto, o meglio, lasciare che se ne tornino a posto, man mano che si asciugamano. Tutto normale, molto normale,nessuno se ne scandalizza né pensa che le mie mani siano nemiche dei peli, anzi, io che sono colui che ha una certa coscienza di se stesso, sono considerato pulito e per bene, visto che mi tengo pulito e faccio queste azioni di cui sopra.

Due giorni fa sono andato al mare mentre il vento infuriava e piegava le palme della strada e gocce portate dal vento, di acqua salata, cadevano a mo' di pioggia sull'asfalto.
Visto da un punto di vista esterno, diciamo allontanandomi dalla terra di qualche km, e dando un'occhiata al mare ed al vento che dal mare proveniva, l'altro giorno ho pensato a quella scena come qualcosa di simile al mio quotidiano pulirmi, al corpo, un tutt'uno che stava provvedendo ad alcune funzioni considerate necessarie.
Nessuna “natura nemica”, nessuna mare che aggredisce la terraferma”, nessuna immagine apocalittica mi sembrava intelligente. Vedevo palme gigantesche e robuste piegarsi e flettersi sotto la spinta del vento, e poi tornare immediate a posto. Qualche ramo di albero o di palma, sul lungomare, poi dopo, l'ho trovato spezzato, in terra. Esattamente come quando mi lavo che qualche pelo, quelli più pecchi, più deboli, si stacca e cade...
Ma nulla che potesse avere a che fare con una immagine in cui una parte lottava contro un'altra.

Allora dove sta l'inghippo?
Nel nostro continuo e storico considerare la Natura come entità esterna a noi stessi, come non volerne neppure considerare la possibilità che siamo un tutt'uno, una unica entità di cui ognuno è parte e di cui vediamo processi e fenomeni ma dall'interno!

Da quando sto modificando il mio punto di vista, il paradigma con cui osservo ciò che accade e in cui sono coinvolto, cambia anche la mia reazione e il mio sentire verso le stesse situazioni. Ciò non toglie che non desideri essere trascinato via da un'onda anomala o rimanere schiacciato sotto un cornicione spazzato dal vento, ma... è diverso lo spirito con cui osservo e vivo il tutto.

Invece di passare il tempo in faccende inutili e assolutamente senza significato come alcuni dei nostri passatempi che poi, finiti, ci lasciano esattamente nel punto in cui eravamo, forse... sarebbe utile, soprattutto al nostro stato mentale e sentimentale ed emotivo, riflettere su qualcosa di sostanziale...
Ma riflettere, pensare, formulare pensieri ed idee, vuol dire poter essere indipendenti e non governabili, e questo può essere che non piaccia... e quindi continuano ad ammannirci motivi di riflessione assolutamente idioti e senza significato, per menti così indaffarate pensare diviene una chimera...


domenica 11 novembre 2012

Abitudini....


Sono stato fortunato. 

Sono nato 56 anni fa da due genitori, che ormai non sono più qui, da cui ho avuto affetto, serenità e calore familiare, malgrado avessero difetti come ogni essere umano di questo mondo.
Nessuna violenza di alcun tipo, eccetto il fatto che di scapaccioni sul sedere ne ho avuti, ma quella non era violenza, perché ne ho avuti solo quando è stato necessario. Nessun altro tipo di traumi particolari.
Una adolescenza serena, anche se con poco denaro, con cose essenziali e semplici, ma quelle che mi lasciano una memoria densa di affetto e un po' anche di nostalgia, lo confesso.
La domenica mattina (in realtà la cerimonia iniziava il sabato sera), quando ero piccolo giocavo, quando ero più grande studiavo, ma costantemente con un odore di sugo fatto con pomodori, alle volte con della carne a spezzatino messa a cuocere e stufare lentamente. Per ore questo tegame (allora di coccio e non di acciaio inox) in cui il rosso diventava sempre più intenso e questo odore che si spandeva in casa e faceva da sottofondo alle faccende tutte.
O la sera prima, se tutto era iniziato presto nel pomerigio del sabato, ovvero in mattinata della domenica, poi, avveniva l'altro rito: passare il tutto in quel passino a manovella, di acciaio inox, quello sì, che spesso toccava a me, in cui entrava tutto, tranne la carne, è naturale, e da ci usciva polpa.
Poi ancora a cuocere, o meglio a consumare, rapprendere, diventare quel sugo così buono con cui mia madre, poi, verso le 13, condiva la pasta che era buona come più ne ho mangiate nel tempo.

I pomodori non sono quelli che allora compravamo al mercato. Qualche contadino veniva fin là, a Roma, a vendere il prodotto del suo lavoro, e noi compravamo quasi a km zero, e gustavamo sapori che ormai abbiamo dimenticati.
In tutto ciò, la vita familiare si svolgeva in una routine direi molto ripetitiva, eppure c'era qualcosa che la rendeva bella, serena, direi unica.
Armonia. Malgrado non avessimo che una TV regalataci a forza dal nonno, e niente altro svago che una radio a valvola, ricostruita perché era un ricordo della famiglia, ma niente altro: PC, microonde, cinevison o stero a dieci canali, nemmeno l'automobile per fare le gite fuori Roma, per sfuggire alla metropoli, niente altro...

Eravamo sereni, tutti, ognuno a modo suo.

Ora provo, sto provando a riappropriami di quel calore umano. Provando....reimparando..

Sarà l'età o veramente che avverto quel che veramente è essenziale a Vivere una Vita: ora preparo il sugo di pomodoro, non sempre, ma lo faccio, provo, seppure i pomodori sono diversi. Provo a stare la domenica in casa al mattino, seppure prima mi faccio 12-15 km di footing, al mattino presto. Provo a mettermi a leggere, gustando di quel calore che emana da questi gesti semplici e banali, ma che amo, ancora o di nuovo.
Curo le piante del mio orto (per ora) sul terrazzo. Pulisco casa, riordino o organizzo il bucato. Insomma faccio qualcosa che vagamente posso dire, sono le faccende della domenica.
Ma questo non significa che non andrei volentieri fuori a fare un giro in montagna, se ne avessi la possibilità...

Ma cerco di assaporare, ricercare e ricreare quelle piccole cose, banali, quasi senza importanza, apparente, che invece sono quelle che mi rendevano serena la vita, ma che la rendevano vivibile e serena anche ai genitori con le loro preoccupazioni da adulti.

La strada per riprendere in mano la Vita, o forse per prenderla finalmente in mano, sento nel cuore mio, passa anche di qui...


giovedì 1 novembre 2012

La montagna e non la città...






La montagna e non la città!
Per me la montagna non è stata e non è tanto e solo parete da scalare, o pendio da salire, o massa che mi intimorisce ai cui piedi mi sento piccolo eppure parte di lei. La montagna è un modo di sentire, di essere, di percepire, è una selva di emozioni come un mazzo di fiori in cui c'è di tutto.

La montagna con la pioggia, forse la amo di più.
Ricordo di quando il cielo era basso e grigio di nuvole cariche di acqua, Quando le nuvole erano qualche centinaia di metri sopra me e carezzavano gli abeti vicino casa, ed era difficile mettere anche il naso fuori, perché pioveva, magari da mattina presto, quando invece del sole dietro il crinale che ci sovrastava, trovavi già le gocce che scendevano lente o intense, a seconda dei casi. La grondaia del terrazzino che faceva da tettoia e sotto cui mi mettevo a cercare di star fuori, all'aria, gocciava, portava acqua a terra, nella ghiaia bianca. Faceva freddo, anche se era magari estate, eppure amavo quei momenti, sentivo di stare bene, di essere là, in quel momento, una parte di qualcosa di unico.
Ero ragazzo, direi ragazzino, e non capivo bene, ora scrivendone, lo avverto chiaro.
“Il richiamo” era quello ed io d'istinto lo ascoltavo e lo vivevo, ero solo immerso in una rete ancora non visibile che man mano, negli anni si sarebbe sempre più chiusa, fino a mettermi ben bene nel sacco.
Ero felice, stavo bene.
Mi rintanavo magari sotto il piumino, o al tavolo a studiare o giocare a carte, al chiuso, osservando di sottecchi fuori, le gocce, la pioggia, il bagnato in terra, a sentire quei momenti, avvertirne l'odore e rubarne l'aroma, come un orso ghiotto fa con il profumo del cestino della merenda che intende andare ad esplorare...

Eppure ero felice anche quando tornava il sole. Uscivo nel mattino freddo, perché era freddo e lo sentivo sulle gambe, avevo spesso i pantaloni corti, anche a vent'anni. La pelle d'oca e il freddo sul viso o sulle mani. Eppure i raggi facevano capolino dietro allo spigolo nero che sovrastava la valle dove vivevo quei momenti splendidi come mai. Uccellini piccoli credo, a giudicare dal loro verso, iniziavano a cantare lodi o gioia di vivere, un venticello freddo eppure dolce mi avvolgeva quando dal caldo della casa uscivo su quella stessa ghiaia bianca che assorbiva la pioggia e ne godevo il tutto che non so bene manco cosa fosse veramente.
Freddo che sentivo forte quando uscivo dal caldo del rifugio, più in alto, sotto le pareti, ed ancora nell'ombra fredda della notte, pur se il cielo era azzurro pel giorno che si stava alzando. Uscire era bello, anche stare là, in silenzio, ché la maggior parte di noi era ancora assonnata, e i pochi che preparavano gli zaini o le corde e i moschettoni, erano silenziosi, forse avvertendo, incoscienti, che erano momenti sacri, quelli.
Era tutto bello, era magnifico, ora lo so!
Stavo bene!

Montagna e non città. Dove venivo riassorbito, risucchiato da tutto. Una giostra, come l'ha descritta Terzani, da cui scendere è diventato sempre più difficile, finanche impossibile quasi.
Piovra che ti avvolge e stringe fino alla gola per soffocarti ed impedirti di essere animale in nome della civiltà o peggio, del progresso.
Eppure oggi non mi sento progredito, se guardo indietro agli anni spesi. Avrei potuto spenderli forse più ad osservare gocce cadere dalla grondaia o le nuvole grigie nel cielo basso o a rabbrividire nel freddo del mattino. Ma la vita non ha deciso così per me, ha lasciato che arrivassi fino ad oggi. Ma oggi riaffiora il ricordo e la nostalgia. Sono momenti condivisi con amici che ormai sono molto più assorbiti di me, perché convinti che “così va la vita”.
Io no!
Nel ricordare, nello stesso scrivere ora, ho un dolore sordo allo stomaco, dentro. Ho male e allo stesso tempo sorge forte incomprimibile, la decisione, irrinunciabile.
Ne approfitto, sto segando la fune che mi tiene qui, e piano piano la lama, seppure rovinata dal tempo, arrugginita forse, sta sfilacciandola, la fune, e vedo i trefoli staccarsi, spezzarsi e dividersi e sento la tensione che sta diminuendo, sento che sta per staccarsi tutto e farmi fare il balzo; forse con lo strattone dello strappo cadrò e mi farò anche graffi, ma staccherò la fune, la sto staccando e tornerò ad assorbire quegli odori, di pino bagnato, di terra umida di pioggia o di sole nel mattino, ad aprire i polmoni all'aria fresca e fredda, o ad immergere il viso nell'acqua gelida della fontana. Non ci saranno più materialmente quelle persone che un tempo c'erano. Ne avvertirò la mancanza. Ma è una pagina nuova, non serve dolersi della vecchia, non si gira indietro, non si può. Però tornerò là e ringrazierò di questa fortuna: avere il desiderio di vivere.
Per me quella è la Vita: “la montagna e non la città”!