sabato 17 novembre 2012

Nel buio lo sciamano intravede la luce


Nel buio della notte, mi sveglio improvvisamente, mai saprò se si tratta del raffreddore o della tosse, o di altro. Ho la sensazione che sia la seconda ipotesi, ma chi ha certezze assolute in questa vita?
Non ha importanza, importa seguire il filo, quella sottile traccia di luce, o di profumo, che mi suggerisce la direzione della mente.
E la mente segue, docile, in questo momento, almeno all'apparenza, governata da me e non cavallo pazzo, autonoma ed impossibile a dirigere, come durante la luce del sole.

Mi alzo, gli occhi sono aperti come di giorno, eppure attorno tutto è silenzio, il sonno regna fra gli umani. La gatta mi scruta, si strofina, sento le sue fusa, poi torna ai piedi del letto, caldo, dove ama avere il suo regno.
Mi alzo, gli occhi sono aparti, ma non come quando c'è il sole.
Ragiono, ma non normalmente.
Ragiono...? a che serve dire che “ragiono” ? Che senso ha volerlo a tutti i costi? In realtà sto seguendo la traccia, avverto che devo, voglio andare, seguire , e lo faccio, non mi curo del come e di dove mi conduca.

Scrivo, al computer che ormai è il mio taccuino. Non sono provetto a farlo svelto, eppure, nel buio, le dita trovano i tasti come non faccio col sole, le parole sgorgano come torrente di montagna, quei torrenti di cui amo sentire lo scroscio amico quando li avvicino nel verde. Il filo si sviluppa, chiaro, semplice. Scrivo e capisco, mentre scrivo si chiarisce cosa, e sento che mi sto aprendo a qualcosa che non so cosa sia, ma lo sento chiaro, ne sento la potenza, il chiarore come di un alba che fisica non è: alle tre del mattino il sole è ancora un ricordo di ieri.
Riprendo tutti i pensieri che prima, nel letto stavano là, accavallati, accalcati e pronti ad uscire, come paracadutisti in fila per lanciarsi nel vuoto. Ora escono tutti, e la linea si fa chiara.

Nel buio mi sento come se avessi la luce, ma non di qualche verità come quelle di cui ormai è troppo intasata la vita di tutti, una verità più intima, semplice, reale, la mia. La mia piccola e banale storia diventa più semplicemente chiara.
Mi tornano episodi, ritorna il ricordo anche del passato remoto, anni dietro, secoli fa della mia infanzia e ne scovo particolari, ne vedo piccoli momenti, li vivo come fossero qui e li trovo nuovi eppure noti: tutto è diverso, tutto è nuovo, eppure già era noto.

Lo sciamano che è in me sente chiare certe cose, vede cose che il sole mi offusca, sono un morto vivente che cammina fra apparenti vivi, sapendo dove cercare. Ma io non cerco la morte, bensì la Vita, quella vera, che al sole viene nascosta dal clamore, dall'abbaglio, dal caos, e la vedo ben chiara, la seguo, la sto pedinando. Non sono affatto morto, sono morto a quella vita, che chiamiamo così perché ci è stato insegnato, ma avverto e vedo questa come Vera, nessuno me ne leverà mai più la certezza, lo so!

Trascorre il tempo, lento eppure come lampo, mi ritrovo a vedere che la notte forse sta iniziando a scemare, e torno a riposare, a svolgere la routine giornaliera.

Ormai un dado è stato tratto, non si torna indietro, non più, le legioni hanno le navi bruciate e si va solo avanti verso la Vita. Sorge il sole in questo novembre del litoarle romano, e un vago sorriso mi si disegna nello sguardo o nel cuore mentre preparo il caffé del mattino: “good morning..sciamano..”


martedì 13 novembre 2012

Tempesta


Sento prurito al braccio, alzo la mano e mi gratto. Decido di di pulirmi le braccia o le gambe, le lavo, dopo averle insaponate, le sciacquo, mi strofino. Tutte azioni i del tutto normali, del tutto quotidiane.
Le osservo dall'esterno, anche da un punto di vista dove possa fare una sorta di zoom, di ingrandimento, e vedo delle parti di me, molto grandi, che vanno ad agitare peli, piccoli e fini peli, li spostano anche direi con una certa violenza, per poi pulirli e rimetterli a posto, o meglio, lasciare che se ne tornino a posto, man mano che si asciugamano. Tutto normale, molto normale,nessuno se ne scandalizza né pensa che le mie mani siano nemiche dei peli, anzi, io che sono colui che ha una certa coscienza di se stesso, sono considerato pulito e per bene, visto che mi tengo pulito e faccio queste azioni di cui sopra.

Due giorni fa sono andato al mare mentre il vento infuriava e piegava le palme della strada e gocce portate dal vento, di acqua salata, cadevano a mo' di pioggia sull'asfalto.
Visto da un punto di vista esterno, diciamo allontanandomi dalla terra di qualche km, e dando un'occhiata al mare ed al vento che dal mare proveniva, l'altro giorno ho pensato a quella scena come qualcosa di simile al mio quotidiano pulirmi, al corpo, un tutt'uno che stava provvedendo ad alcune funzioni considerate necessarie.
Nessuna “natura nemica”, nessuna mare che aggredisce la terraferma”, nessuna immagine apocalittica mi sembrava intelligente. Vedevo palme gigantesche e robuste piegarsi e flettersi sotto la spinta del vento, e poi tornare immediate a posto. Qualche ramo di albero o di palma, sul lungomare, poi dopo, l'ho trovato spezzato, in terra. Esattamente come quando mi lavo che qualche pelo, quelli più pecchi, più deboli, si stacca e cade...
Ma nulla che potesse avere a che fare con una immagine in cui una parte lottava contro un'altra.

Allora dove sta l'inghippo?
Nel nostro continuo e storico considerare la Natura come entità esterna a noi stessi, come non volerne neppure considerare la possibilità che siamo un tutt'uno, una unica entità di cui ognuno è parte e di cui vediamo processi e fenomeni ma dall'interno!

Da quando sto modificando il mio punto di vista, il paradigma con cui osservo ciò che accade e in cui sono coinvolto, cambia anche la mia reazione e il mio sentire verso le stesse situazioni. Ciò non toglie che non desideri essere trascinato via da un'onda anomala o rimanere schiacciato sotto un cornicione spazzato dal vento, ma... è diverso lo spirito con cui osservo e vivo il tutto.

Invece di passare il tempo in faccende inutili e assolutamente senza significato come alcuni dei nostri passatempi che poi, finiti, ci lasciano esattamente nel punto in cui eravamo, forse... sarebbe utile, soprattutto al nostro stato mentale e sentimentale ed emotivo, riflettere su qualcosa di sostanziale...
Ma riflettere, pensare, formulare pensieri ed idee, vuol dire poter essere indipendenti e non governabili, e questo può essere che non piaccia... e quindi continuano ad ammannirci motivi di riflessione assolutamente idioti e senza significato, per menti così indaffarate pensare diviene una chimera...


domenica 11 novembre 2012

Abitudini....


Sono stato fortunato. 

Sono nato 56 anni fa da due genitori, che ormai non sono più qui, da cui ho avuto affetto, serenità e calore familiare, malgrado avessero difetti come ogni essere umano di questo mondo.
Nessuna violenza di alcun tipo, eccetto il fatto che di scapaccioni sul sedere ne ho avuti, ma quella non era violenza, perché ne ho avuti solo quando è stato necessario. Nessun altro tipo di traumi particolari.
Una adolescenza serena, anche se con poco denaro, con cose essenziali e semplici, ma quelle che mi lasciano una memoria densa di affetto e un po' anche di nostalgia, lo confesso.
La domenica mattina (in realtà la cerimonia iniziava il sabato sera), quando ero piccolo giocavo, quando ero più grande studiavo, ma costantemente con un odore di sugo fatto con pomodori, alle volte con della carne a spezzatino messa a cuocere e stufare lentamente. Per ore questo tegame (allora di coccio e non di acciaio inox) in cui il rosso diventava sempre più intenso e questo odore che si spandeva in casa e faceva da sottofondo alle faccende tutte.
O la sera prima, se tutto era iniziato presto nel pomerigio del sabato, ovvero in mattinata della domenica, poi, avveniva l'altro rito: passare il tutto in quel passino a manovella, di acciaio inox, quello sì, che spesso toccava a me, in cui entrava tutto, tranne la carne, è naturale, e da ci usciva polpa.
Poi ancora a cuocere, o meglio a consumare, rapprendere, diventare quel sugo così buono con cui mia madre, poi, verso le 13, condiva la pasta che era buona come più ne ho mangiate nel tempo.

I pomodori non sono quelli che allora compravamo al mercato. Qualche contadino veniva fin là, a Roma, a vendere il prodotto del suo lavoro, e noi compravamo quasi a km zero, e gustavamo sapori che ormai abbiamo dimenticati.
In tutto ciò, la vita familiare si svolgeva in una routine direi molto ripetitiva, eppure c'era qualcosa che la rendeva bella, serena, direi unica.
Armonia. Malgrado non avessimo che una TV regalataci a forza dal nonno, e niente altro svago che una radio a valvola, ricostruita perché era un ricordo della famiglia, ma niente altro: PC, microonde, cinevison o stero a dieci canali, nemmeno l'automobile per fare le gite fuori Roma, per sfuggire alla metropoli, niente altro...

Eravamo sereni, tutti, ognuno a modo suo.

Ora provo, sto provando a riappropriami di quel calore umano. Provando....reimparando..

Sarà l'età o veramente che avverto quel che veramente è essenziale a Vivere una Vita: ora preparo il sugo di pomodoro, non sempre, ma lo faccio, provo, seppure i pomodori sono diversi. Provo a stare la domenica in casa al mattino, seppure prima mi faccio 12-15 km di footing, al mattino presto. Provo a mettermi a leggere, gustando di quel calore che emana da questi gesti semplici e banali, ma che amo, ancora o di nuovo.
Curo le piante del mio orto (per ora) sul terrazzo. Pulisco casa, riordino o organizzo il bucato. Insomma faccio qualcosa che vagamente posso dire, sono le faccende della domenica.
Ma questo non significa che non andrei volentieri fuori a fare un giro in montagna, se ne avessi la possibilità...

Ma cerco di assaporare, ricercare e ricreare quelle piccole cose, banali, quasi senza importanza, apparente, che invece sono quelle che mi rendevano serena la vita, ma che la rendevano vivibile e serena anche ai genitori con le loro preoccupazioni da adulti.

La strada per riprendere in mano la Vita, o forse per prenderla finalmente in mano, sento nel cuore mio, passa anche di qui...


giovedì 1 novembre 2012

La montagna e non la città...






La montagna e non la città!
Per me la montagna non è stata e non è tanto e solo parete da scalare, o pendio da salire, o massa che mi intimorisce ai cui piedi mi sento piccolo eppure parte di lei. La montagna è un modo di sentire, di essere, di percepire, è una selva di emozioni come un mazzo di fiori in cui c'è di tutto.

La montagna con la pioggia, forse la amo di più.
Ricordo di quando il cielo era basso e grigio di nuvole cariche di acqua, Quando le nuvole erano qualche centinaia di metri sopra me e carezzavano gli abeti vicino casa, ed era difficile mettere anche il naso fuori, perché pioveva, magari da mattina presto, quando invece del sole dietro il crinale che ci sovrastava, trovavi già le gocce che scendevano lente o intense, a seconda dei casi. La grondaia del terrazzino che faceva da tettoia e sotto cui mi mettevo a cercare di star fuori, all'aria, gocciava, portava acqua a terra, nella ghiaia bianca. Faceva freddo, anche se era magari estate, eppure amavo quei momenti, sentivo di stare bene, di essere là, in quel momento, una parte di qualcosa di unico.
Ero ragazzo, direi ragazzino, e non capivo bene, ora scrivendone, lo avverto chiaro.
“Il richiamo” era quello ed io d'istinto lo ascoltavo e lo vivevo, ero solo immerso in una rete ancora non visibile che man mano, negli anni si sarebbe sempre più chiusa, fino a mettermi ben bene nel sacco.
Ero felice, stavo bene.
Mi rintanavo magari sotto il piumino, o al tavolo a studiare o giocare a carte, al chiuso, osservando di sottecchi fuori, le gocce, la pioggia, il bagnato in terra, a sentire quei momenti, avvertirne l'odore e rubarne l'aroma, come un orso ghiotto fa con il profumo del cestino della merenda che intende andare ad esplorare...

Eppure ero felice anche quando tornava il sole. Uscivo nel mattino freddo, perché era freddo e lo sentivo sulle gambe, avevo spesso i pantaloni corti, anche a vent'anni. La pelle d'oca e il freddo sul viso o sulle mani. Eppure i raggi facevano capolino dietro allo spigolo nero che sovrastava la valle dove vivevo quei momenti splendidi come mai. Uccellini piccoli credo, a giudicare dal loro verso, iniziavano a cantare lodi o gioia di vivere, un venticello freddo eppure dolce mi avvolgeva quando dal caldo della casa uscivo su quella stessa ghiaia bianca che assorbiva la pioggia e ne godevo il tutto che non so bene manco cosa fosse veramente.
Freddo che sentivo forte quando uscivo dal caldo del rifugio, più in alto, sotto le pareti, ed ancora nell'ombra fredda della notte, pur se il cielo era azzurro pel giorno che si stava alzando. Uscire era bello, anche stare là, in silenzio, ché la maggior parte di noi era ancora assonnata, e i pochi che preparavano gli zaini o le corde e i moschettoni, erano silenziosi, forse avvertendo, incoscienti, che erano momenti sacri, quelli.
Era tutto bello, era magnifico, ora lo so!
Stavo bene!

Montagna e non città. Dove venivo riassorbito, risucchiato da tutto. Una giostra, come l'ha descritta Terzani, da cui scendere è diventato sempre più difficile, finanche impossibile quasi.
Piovra che ti avvolge e stringe fino alla gola per soffocarti ed impedirti di essere animale in nome della civiltà o peggio, del progresso.
Eppure oggi non mi sento progredito, se guardo indietro agli anni spesi. Avrei potuto spenderli forse più ad osservare gocce cadere dalla grondaia o le nuvole grigie nel cielo basso o a rabbrividire nel freddo del mattino. Ma la vita non ha deciso così per me, ha lasciato che arrivassi fino ad oggi. Ma oggi riaffiora il ricordo e la nostalgia. Sono momenti condivisi con amici che ormai sono molto più assorbiti di me, perché convinti che “così va la vita”.
Io no!
Nel ricordare, nello stesso scrivere ora, ho un dolore sordo allo stomaco, dentro. Ho male e allo stesso tempo sorge forte incomprimibile, la decisione, irrinunciabile.
Ne approfitto, sto segando la fune che mi tiene qui, e piano piano la lama, seppure rovinata dal tempo, arrugginita forse, sta sfilacciandola, la fune, e vedo i trefoli staccarsi, spezzarsi e dividersi e sento la tensione che sta diminuendo, sento che sta per staccarsi tutto e farmi fare il balzo; forse con lo strattone dello strappo cadrò e mi farò anche graffi, ma staccherò la fune, la sto staccando e tornerò ad assorbire quegli odori, di pino bagnato, di terra umida di pioggia o di sole nel mattino, ad aprire i polmoni all'aria fresca e fredda, o ad immergere il viso nell'acqua gelida della fontana. Non ci saranno più materialmente quelle persone che un tempo c'erano. Ne avvertirò la mancanza. Ma è una pagina nuova, non serve dolersi della vecchia, non si gira indietro, non si può. Però tornerò là e ringrazierò di questa fortuna: avere il desiderio di vivere.
Per me quella è la Vita: “la montagna e non la città”!


venerdì 12 ottobre 2012

Decidere


E' bastato prendere una piccola, banale e semplice decisione: smettere di “giocare” al PC, online, col PC, offline, smettere di gettare del tempo per “passare il tempo”; è bastato averlo deciso, stabilito ed eletto come mio personale principio, d'ora in avanti, e... improvvisa, la libertà, la sensazione di leggerezza, qualcosa che c'era anche prima, che non mi era affatto negata da chicchessia, eppure.... era come invisibile, questa qualcosa è stata improvvisamente visibile, netta, palpabile anche in modo fisico!
Mi sento diverso, mi sento leggero, mi sento bene, felice, addirittura felice, come se fossi uscito da una prigione, avessi segato le sbarre, o meglio, addirittura fosse stata annullata una condanna e fossi di nuovo libero, di gestire il mio tempo, la mia vita, me stesso...

Basta avere questa decisione, affrontare questi piccoli, banali, striscianti serpenti velenosi che ci fanno morire lentamente imbrigliandoci in mille inutili gesti che ci mettono là, in un angolo, a morire, lentamente e gradualmente, ma progressivamente.
Basta decidere, accorgersi di questo meccanismo subdolo, e... tac! Si spezza, scompare come il mostro che col buio sembra pauroso e che con la luce, che noi accendiamo, si rivela essere un banale oggetto in terra!

Non servono anni di cammino, non ore di meditazione, solo volerlo, desiderare riappropriarsi di se stessi, della propria vita, ed eccola là, a portata di mano, basta solo volerlo, farlo, ed eccola tutta, intera, completa, così com'è, perfetta nella sua normalità, ma nostra.

La Vita è semplice, siamo solo noi umani che la rendiamo difficile.


domenica 16 settembre 2012

Mattino al Cimitero Americano



Ieri era una bella giornata qui, al mare, dopo due giorni di brutto, di nuvole, grigio e pioggia. Il vento aveva portato via non tanto le nubi, quanto quella normale cortina di impalpabile grigeria, che rende tutte le forme non nitide, come sporche... ma dato che questa cappa cade lenta e graduale, noi ci abituiamo e non ce ne rendiamo conto, tranne.. quando se ne va improvvisa.

All'improvviso il cielo torna blu, le forme nitide, pulite, nette, più distinte, tutto sembra diverso, eppure è sempre là, come prima, è solo che ora lo possiamo vedere meglio....

Frutto della civiltà che ci impregna di sporcizia anche nell'aria che crediamo pulita....


Ieri era così, pulito, tutto diverso.

Andare in giro ieri era bello, era piacevole ed al mattino, verso le 10 il sole scaldava l'aria del fresco che si era posato nella notte, e poter gustare di ciò era bello, piacevole, riempiva l'animo.

Sono andato al mio “listening poin, al Cimitero Americano, a farmi un giro, a gustarmi questa aria diversa.

Sono arrivato a metà del giro, ad un'area dove è stato ricavato un bellissimo giardino di rose, dove colori diversi, che vanno dal bianco, al rosa pallido, al rosso intenso, mi mostrano tante varietà di piante varie, sempre di rosa e si mescolano a disegni verdi di siepi ed al rumore ed al colore blu di una fontana.

Quel posto è sempre diverso, ha sempre una sua particolare atmosfera, fatta di silenzio nel rumore di sottofondo, sia della fontana, con l'acqua che cade e goccia in basso, sia dei rumori lontani della città, sia di quelli vari, di uccelli, del vento, di tutto ciò che compone quella scena.

Quel posto l'ho conosciuto anni fa e spesso ci vado a stare là, seduto, in silenzio, ad ascoltare...

Ieri volevo solo fare un giro, gustare di quel luogo che sembra un'oasi di ordine e di cura, nel caso di questa città del litorale sud di Roma.

C'erano visitatori, diversi, non troppi, ma per lo standard del Cimitero Americano, mi parevano abbastanza. Diversi gruppetti di turisti, tutti di una certa età: alcuni di lingua inglese, come spesso accade, credo americani, è ovvio, altri italiani, ma tutti indistintamente con un'età che ad occhio superava i 60 anni.

Due famiglie si sono trovate al “giardino di rose” quando passavo io. Per entrarci, dal vialetto principale, si devono scendere quattro gradini, e si entra nell'area delle rose, si può fare un giro, saranno 50 metri, un semplice giro di qualche minuto. Io conosco quel posto, passavo, L'ho visitato e gustato e sinceramente lo preferisco quando è veramente solo lui, senza nemmeno le voci di sottofondo dei visitatori.

Ma loro, si vedeva, non lo conoscevano, lo guardavano, i loro occhi scorrevano, dall'alto verso le aiole curate e belle.

Pochi commenti. Sguardi, superficiali, gettati là come per caso, per incasellare un luogo e dire:”l'ho visto”.

Dei quattro nessuno, c'erano anche due donne, in genere le donne amano i fiori, in genere quasi inconscio viene di andare a sentire l'odore, di una rosa....di quei quattro, nessuno ha sentito la spinta, il desiderio di andare là a curiosare.

Lecitissimo, è naturale, eppure.

Ho avvertito la superficialità della nostra vita di oggi, la maniera di vedere, scorre e correre, anche quando si visitano luoghi, quando si va a vedere. Si va, si getta, anzi si butta... uno sguardo, si classifica e si cataloga e si può mettere la tacca, dire che quel posto, sì, lo abbiamo visitato, ma basta così. Non si va oltre, non si fa un gesto, un passo in più, come quando si legge un libro: importa come finisce, la storia, nulla altro.

Forse è stato sempre così, non posso dire molto, eppure...

Eppure ieri mi ha colpito come quelle quattro anonime persone, non giovani, quindi prese dalla corsa della vita, ma di una certa età, e quindi, credo, più inclini alla Vita da sorseggiare, da odorare, da gustare, non abbiano avvertito il bisogno di soffermarsi.

Non che si debba, assolutamente, ma che avendone tempo, e si vedeva dalla calma con cui loro giravano, non abbiano avvertito il bisogno di andare oltre...

Non importano quelli, quei quattro. No! La riflessione che mi è venuta è sulla vita che tutti un po' corriamo a condurre, appunto...correndo, senza fermarci, anche quando possiamo, senza voler andare oltre e cercare di sorseggiare, di degustare...

Ormai serve solo guardare ed accumulare, di corsa, perché non serve altro.


E questo ci fa perdere piccole, insignificanti cose, gesti, particolari, istanti, fugaci immagini che scompaiono come lampi di luce di lucciole, e la vita tutta, credendo che essa sia fatta di tutta quella sarabanda di luci e rumori che sono quelle del circo di attrazione che invece ci fa solo stare avvinti dal nulla, inebetiti e sempre meno coscienti di noi, dell'immenso bene che abbiamo ricevuto in dono.


Considerazioni malinconiche le mie, che non hanno valore economico, e che servono solo a me. Ma la tristezza che me ne è venuta è per chi mi segue, mia figlia. Chi sa se mai avrà questa fortuna che a me è stata data, di accorgersi di certe cose, anche se magari con della tristezza, ma accorgersi, vedere, averne percezione.

Glielo auguro, lo spero.



Chi sa se certe cose le avrà pensate anche mio papà per me... non lo saprò mai. Ma forse è proprio questo il cerchio della Vita.


Ora chiudo il pc e vado a far un giro, stavolta vado in riva al mare ad ascoltare la risacca...



martedì 4 settembre 2012

Temporale notturno



Nel buio tutto sembra differente, ombre, rumori, pensieri, tutto sembra voler metterci paura, o forse, sono le nostre paure che riemergono, fanno capolino, nascoste nella luce del sole, come vampiri interiori, e riprendono vita, coraggio e forza,e ci assalgono e noi lottiamo per difendercene, per sfuggirle, non so bene; quel che è sicuro è che al buio tutto si percepisce diversamente.


Mi sveglia la luce del lampo e subito il seguente rombo, imperioso, improvviso e forte, vicino, del tuono. Poi come leggo, nei libri di studio della Prima Guerra Mondiale, il rombo dei cannoni, nel bombardamento che precede l'assalto e inchioda i difensori nelle trincee, con la paura di essere squassati dalle schegge e col terrore atavico che è ereditato da millenni prima dell'uomo moderno; allo stesso modo, arriva il continuo rombo di tuoni, alcuni vicini, se non sopra il mio cielo, altri meno, altri ancora lontani, verso le isole che sono nascoste dalla linea dell'orizzonte, ed ora, anche dallo scuro della notte, ma ben udibili e ben risonanti nel mio animo.

Coi tuoni l'acqua, lo scroscio, talvolta prepotente, come un gigante che gettasse secchi di acqua sulla mia testa, alle volte meno furioso, seppure intenso, fitto, tanto da farmi pensare che se andassi fuori ora, in pochi secondi sarebbe come sotto la doccia, ma fredda.


Mi viene in mente una volta, ero in tenda, sotto alti monti della zona dell'Engadina, le pareti scure del granito del Cengalo e del Pizzo Badile a fare da quinte di quel teatro notturno. Un temporale non tanto denso d'acqua, quanto di rimbombi di tuoni, che scoppiavano sulle cime ed echeggiavano nella valle fra i muri di roccia, inchiodandomi nel sacco a pelo, con paura sì. La tenda protegge dall'acqua, ma non dal rumore, chi ci ha dormito lo sa. Non si può fare l'amore normale nella tenda, oppure ruttare, si deve stare attenti, chi ci sta accanto sente tutto. Così i tuoni, gli scoppi, quella notte, mi inchiodarono, atterrito eppure affascinato, per un paio di ore, nel buio più nero, che non era nelle luci perenni della città, ma fra altre tende, dove altri come me, tremavano, forse, pur irretiti dal fascino della Natura che si manifestava così, unica e potente, come è.


Ora nel comodo letto della città, ripenso a quella notte, sono passati forse trent'anni quasi, eppure lo stesso fascino, quasi attrazione, intensa e selvaggia, sento prendermi e risvegliarsi latente in me per questo periodo.


La ragazzina che mi dorme accanto mi stringe il braccio, è piccola, delicata e tenera, non ha esperienza di questo, la sua pelle non è di quel coccodrillo o lupo che vogliamo, che sono ridotto ad essere io, lei è pulita, ed ancora deve gettarsi nelle onde della Vita. Trema, ad ogni botto salta, sussulta, sento la sua paura, e le carezzo la testa con amore di padre e compiancenza, verso me stesso, che malgrado l'atavico timore che avverto, eredità dei miei antenati delle caverne, ho domato almeno in parte, il cieco afferrarmi di questo sentimento; riesco addirittura a gustarne, pur nel silenzio, come tazza calda di the, nel bagnato della pioggia.


Mi sorprendo quasi ad aspettare con gusto il prossimo rombo, pur vagamente ansioso. Non sei mai sicuro, almeno non io. Ormai ho imparato che io sono solo una parte della Natura e che essa non è un Essere a me estraneo, essa è Lei ed io in Lei, e se si sconvolge, posso esserne parte sconvolta, anche io. Non domino affatto questo Essere, non lo posso, né lo desidero, bensì la rispetto, rispetto questa altra parte di cui io sono parte. Il rombo di ogni tuono mi ricorda che sono un battito d'ali nell'immenso e che questa è il senso di immenso e divino e di tutto che avverto alle volte. Questo mi fa stare bene, malgrado il rumore, malgrado la gatta che ha paura anche essa, se il rombo è troppo vicino, se anche lei risponde all'istinto che la fa fuggire di fronte all'ignoto.

I miei antenati nelle caverne, o in capanne di legno, da cui l'acqua trasudava e passava, non penso stessero così tranquilli, in un letto morbido come il mio, avvertivano umido, bagnato, rumori e paura, ché non sapevano gran che. La loro paura è la mia, si è trasmessa da secoli, nei secoli ed a me è arrivata, seppure sgualcita dal passaggio di mano in mano, di animo in animo, fra tanti che mi separano da quei tempi, ma la avverto chiara, è lei, è proprio lei.


Vivo vicino al mare, ora, e sento le onde rombare, nel buio, quando gli scosci di pioggia lo consentono, e pur non essendo un navigatore, mi immagino in una barca, alla cappa, nel mezzo di questo temporale, o tempesta, non so come dirla. Mi vedo piccolo, nulla, nella furia, o forse nella manifestazione di natura e vita della Terra, la Madre cui noi tutti torniamo, dopo anni di vagare disordinato. Mi immagino e mi viene, ora sì, paura, come sarei là, solo, nel buio, ma non sicuro, non mi ci sentirei. Ringrazio la mia vita di passione per la montagna, che mi ha condotto sempre su terreno fermo, e che se anche sotto temporali, mi ha sempre fatto fermare, mal che vada sotto un albero, in attesa del fulmine catartico, o sotto un bordo di roccia, gocciolante nel mio collo, in attesa del dopo. Ringrazio, anche di queste emozioni notturne, perché ogni emozione è pur sempre vita, sintomo di esistenza e queste emozioni, forti, sconosciute a chi si nutre di civiltà ed attende solo il telegiornale o lo special tv o la discoteca, per me sono quello che mi ridona forza, energia per cercare di riprendere a nuotare, per sfuggire, per uscirne, da questa giostra mortale in cui mi trovo gettato da me stesso e consapevole solo ora.


Il temporale sembra attenuarsi, sembra che i rombi si allontanino, conto i secondi fra le luci dei lampi ed il rumore e capisco che sta andando. Altri ora avranno questo dono, queste emozioni o forse solo il suo fastidio; un temporale per tanti è fastidio, un nemico che ci impedisce di svolgere questo monotono gomitolo di sopravvivenza che chiamiamo vita, fatto di abitudini, frustrazioni e privazioni, ignari di dove sia veramente il flusso del fiume, quello che leva veramente la sete e regala la vita, quella viva.

Non importa, ora mi posso rilassare e lasciare la mano della ragazzina; il suo respiro torna lieve, si è placata la sua paura, forse cullata dal gocciolare dell'acqua della grondaia, o forse sopraffatta dal sonno che in lei è ancora abbastanza profondo, ché pulito e vergine dal progresso. Sento anche la gatta quietarsi e tornare una ciambella nera, calda a tranquilla, come di solito.


La vita torna normale, il film è finito, scorrono titoli di coda.

A me rimane il mazzo dei pensieri, delle emozioni, questo non me lo può togliere nessuno, questo mio, grato lo ripongo, domani con la luce lo stenderò sui fogli.

Ora stanco dormo anche io, stacco la molla del cervello, e mi lascio cullare dalle gocce che odo cadere ritmiche e regolari, e sorridendo dentro, nel cuore, metto il punto finale.